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I cibi che spariranno nel 2050

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Cosa mangeranno i nostri nipoti?

La FAO (Food and Agriculture Organization) lo dice da anni, forse un paio di decenni: lo stress climatico, demografico e la deforestazione mettono a rischio la produzione di cibo in tutto il mondo.

Sempre secondo la FAO, un terzo della biodiversità vegetale attuale potrebbe scomparire entro il 2050. Considerando che la maggior parte delle varietà agricole che coltivavamo è scomparsa in un secolo, non c’è di che stare allegri.

Un paio di settimane fa mi trovavo al Forum internazionale su cibo e nutrizione che si tiene ogni anno a Milano e Marie Haga, norvegese, direttrice del Global Crop Diversity Trust raccontava di un’arca, nascosta nelle profondità di un monte della sperduta isola di Spitsbergen, nelle Svalbard. Lì, a un passo dal Polo, è stato creato un bunker in cui sono stati congelati centinaia di migliaia di semi delle piante che il genere umano coltiva in tutto il mondo.

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Conoscevo la storia dell’”Arca dei semi” ma sentirla raccontare da qualcuno che l’ha visitata è stato un pugno nello stomaco: se siamo  al punto di dover mettere in salvo i semi delle piante che ci sostengono significa che il cambiamento climatico sta veramente rendendo il mondo un luogo inospitale.

I nordici sorridono anche quando dicono le cose più tremende, è il loro modo di distaccarsi dal male. Ma a lei, pur sorridente, parlando dell’arca tremava la voce, gelo in sala… Il gelo delle Svalbard che forse ci salverà la vita conservando tutti quei semi.

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Immaginate che succederebbe se, per esempio, il clima cambiasse a tal punto da impedire la coltivazione del grano! Immaginate che disastro? Ebbene, forse il grano ci metterà un po’ a scomparire, ma già tra 30 anni il pane potrebbe costare il doppio perché le terre coltivabili saranno sempre meno a causa del riscaldamento globale, a causa della corsa ai biocarburanti, a causa delle troppe terre depauperate dagli allevamenti. Non c’è che dire: senza i carboidrati diventeremo tutti magrissimi!

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Forse ci saranno anche semi di cacao nascosti in qualche angolo di quel lungo tunnel ghiacciato e speriamo sia così perché secondo gli esperti della FAO, entro il 2050 il cacao potrebbe diventare un ricordo per i più fortunati. Ora troviamo cioccolato ovunque. In guerra i soldati americani usavano il cioccolato per ingraziarsi gli europei dei paesi in cui combattevano i nazi: per i bambini italiani degli anni ‘40, per esempio, era una rarità, un lusso, un simbolo di benessere. Calcolando che il 30% del cacao viene prodotto in Ghana e Costa d’Avorio e che questi due paesi tra ebola e cambiamenti climatici stanno pagando un tributo pesantissimo al collasso ecologico che verrà… Beh, forse per i nostri nipoti il cioccolato sarà un lusso come lo è stato per i nostri nonni.

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Oltre al cioccolato tra le potenziali vittime del cambiamento climatico possiamo immaginare anche il caffè, il miele (già duramente colpito dalla strage degli alveari a causa dei pesticidi), le arachidi, lo sciroppo d’acero ma anche salmoni e trote che potrebbero perdere il loro habitat costituito da freddi corsi d’acqua e chissà che altro.

Qualcuno dice che anche molti vini siano a rischio. So che a molti di quelli, giunti sino a questo punto del pezzo, sarà venuta la pelled’oca all’idea di rimanere col bicchiere vuoto durante il consueto aperitivo del venerdì… Beh, se così fosse avrei raggiunto lo scopo.. Perchè possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo. Limitare gli sprechi per esempio di acqua e cibo, limitare di inquinare, differenziare: piccole operazioni quotidiane alle quali se abbiamo un po’ di coscienza non possiamo più sfuggire!

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