Green lifestyle

Obesità: le cure quando la dieta non basta

Cos’è, come si affronta, le cause e quando occorre la chirurgia

persona obesa che ha perso peso

Ricordate il post sulle ernie addominali? Avevo intervistato un medico di mia fiducia, il Dott. Medhanie Abraham, Specialista in Chirurgia generale, laparoscopica, oncologica, funzionale e bariatrica, anticipandovi che presto avrei scritto su un altro argomento in base alla sua esperienza.

E riguarda proprio l’ultima delle sue specializzazioni che ho citato: la chirurgia bariatrica è quella che si occupa di obesità, l’unico trattamento risolutivo quando occorre una perdita di peso significativa, impossibile da raggiungere con la sola dieta.

Purtroppo non è un problema di pochi: vi basta cliccare la parola “obesità” su un motore di ricerca per venire subito indirizzati al sito dell’Istituto Superiore di Sanità alla voce “Epidemiologia”. Da diversi decenni sono stati raggiunti livelli preoccupanti: già nel 1997 l’OMS ha riconosciuto l’obesità come una vera e propria epidemia nei Paesi industrializzati, e come uno dei problemi sanitari più importanti. Riguardo all’Italia, gli ultimi dati sono quelli del rapporto Osservasalute 2016, con i risultati dell’indagine ISTAT “Aspetti della vita quotidiana”: più di un terzo della popolazione adulta (il 35%) è in sovrappeso, mentre quasi il 10% è obesa.

Foto: www.greenme.it

Non è un’esagerazione quando si dice che al mondo si muore più per obesità che per fame: questa condizione predispone a rischi come diabete e altre malattie metaboliche, malattie cardiovascolari come ictus e infarto, ipertensione, malattie respiratorie (ad esempio le apnee notturne) e, secondo un recente studio dello IARC, a 8 diversi tipi di tumore. Per non parlare di patologie come la depressione: non solo l’aspettativa di vita è ridotta (si parla, mediamente, di 7-10 anni in meno), ma anche la sua qualità.

Tutto questo poi si traduce anche in enormi costi sanitari: 9 miliardi per la sola obesità, che diventano 22 se si comprendono anche tutte le patologie attribuibili.

In questo scenario si è fatto spazio l’approccio chirurgico, che ha dimostrato diversi benefici sia in termini di salute dei pazienti (con guadagno di anni di vita vissuta in salute e riduzione delle patologie associate), sia di risparmio economico nel lungo termine. Certo, non è per tutti: va presa in considerazione solo in presenza di certe condizioni e quando le altre terapie come la dieta si sono rivelate inutili; inoltre, esistono diverse procedure da adattare caso per caso.

Come si definisce l’obesità?

«Si fa riferimento a un indicatore, l’indice di massa corporea (BMI), che si ottiene dividendo il peso per l’altezza al quadrato (ad esempio, se siete alti 1,70 e pesate 55 kg, dovete fare 1,70 x 1,70 = 2,89, quindi 55 : 2,89). Se il BMI è tra 30 e 34,9, si tratta di obesità di 1° grado; se è tra 35 e 39,9, è obesità di 2° grado; se è superiore a 40, l’obesità è di 3° grado, ovvero obesità grave.»

Foto: www.ariannabonfiglio.com

Esistono interventi diversi

«Possono essere più adatti a uno piuttosto che a un altro caso, ma il livello della patologia non è l’unica cosa di cui tenere conto. Bisogna innanzi tutto farsi un’idea dello stile di vita, lavorativa e sociale, del paziente, le sue abitudini, l’alimentazione tipo; e già questo non è facile, perché non tutti sono sinceri: c’è anche chi afferma di non mangiare e non sapere perché ingrassa.»

Perché si ingrassa?

Quindi iniziamo sfatando subito un mito: bando alle scuse, chi è sovrappeso fondamentalmente mangia troppo. «Possono esserci delle concause, ad esempio nelle donne dopo i 50 anni il metabolismo può cambiare, ma si diventa obesi perché si introduce più di quanto si possa consumare

Foto: www.meteoweb.eu

Inoltre, tanto quanto la visita clinica, è importante una valutazione psicologica del soggetto che si ha di fronte. «Si tratta di disturbi alimentari, l’obeso è schiavo del cibo tanto quanto chi beve lo è dell’alcol: si mangia di più per sfogarsi, per riempire un vuoto. Bisogna capire le aspettative del paziente, aiutarlo a darsi degli obiettivi; una volta individuato l’approccio chirurgico che può andare bene per la sua situazione, oltre a un piano di educazione alimentare occorre anche un sostegno psicologico, altrimenti il rischio è che dopo l’intervento torni come prima.»

Di intervento però non ce n’è uno solo. Quali sono e qual è il migliore? Nessuno in assoluto, bisogna capire quale può essere più efficace in ogni particolare situazione.

Continuate a seguire Ecocentrica: parleremo presto dei vari trattamenti chirurgici, con relativi pro e contro!

 

 

Foto copertina: guidamedicina.it

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