Ecocentrica

Catturare e sequestrare l’anidride carbonica come in natura. Una strategia possibile per salvare il pianeta?

Ormai non è contestabile, le emissioni di gas climalteranti o gas serra sono tra le dirette responsabili del cambiamento climatico e stanno riducendo il margine d’intervento per salvare il clima del nostro pianeta. 

Dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, all’Accordo di Parigi, fino ad arrivare al Green Deal europeo si parla di carbon neutrality, ovvero arrivare a zero emissioni nette: ne emetto per dire 10 tonnellate (a zero emissioni è impossibile arrivare), ma ne assorbo altrettante attraverso processi di riforestazione o altri meccanismi. Ma non basterà! Dovremmo assorbirne di più, anche quelle che abbiamo prodotto nel passato e stiamo emettendo ora se vogliamo rimanere entro i 2 gradi di aumento della temperatura terrestre. Perché c’è troppa anidride carbonica in atmosfera.

Allora come fare?

Oceani e Foreste: come assorbe la natura

Oceani e boschi sono i nostri principali alleati per il sequestro dell’anidride carbonica ma, anche a causa nostra, non sono più in grado di assorbirne la giusta quantità per rallentare il processo di riscaldamento globale.

Gli oceani si stima che sequestrino il 25% di CO2 prodotta dall’uomo, grazie alla fotosintesi da parte di organismi vegetali (fitoplancton), oltre che per semplice chimica: l’anidride carbonica si dissolve nell’acqua. Come anticipava già un noto oceanografo, Richard Feely, nei decenni scorsi, quando bruciamo combustibili fossili, ecco che i livelli di anidride carbonica aumentano e l’oceano deve sforzarsi di assorbire più CO2 per rimanere in equilibrio. Ma il prezzo di questo impegno è una reazione chimica che abbassa notevolmente il pH dell’acqua, rendendola molto più acida. Un effetto palese dell’acidificazione dei mari sono, ad esempio, le barriere coralline  bianche come fantasmi, che con il loro deterioramento (nello stesso modo di qualsiasi altro organismo vivente) rilasciano altri quantitativi di questo gas climalterante. Insomma, un cane che si morde la coda.

E che dire dello stoccaggio, ovvero la fissazione della co2 in depositi dai quali non rientra in circolo?

Anche qui abbiamo un problema. Sembrerebbe che la maggior parte della fissazione del carbonio in mare avvenga tra i 200 e i 1000 metri di profondità, un’azione di stoccaggio naturale che “deposita” qui la CO2, grazie al flusso delle correnti. Ma il ciclo del carbonio sta cambiando: dopo centinaia di anni di “raccolta” pro bono, i nostri oceani si stanno saturando di alti quantitativi di questo gas.

Photo credit Hiroko Yoshii

Anche i boschi con il loro naturale processo di fotosintesi sono dei veri aspirapolveri di anidride carbonica, capaci di catturare e sequestrare anidride carbonica e fissarla nel legno e nel suolo.
Si stima che un albero possa immagazzinare 167 kg di CO2 all’anno in modo durevole, ma questo dipende anche dal tipo di foresta e delle modalità di gestione. Purtroppo però, anche qui, con il problema della siccità imperante e l’aumento degli incendi, questi “pozzi di carbonio” diventano delle ciminiere climalteranti a cielo aperto, creando un altro circolo vizioso.

Le soluzioni

Piantare alberi a tutta velocità e poi usarne il legno in modo duraturo (case, mobili, ecc.) per fissare il carbonio assorbito, permetterebbe di dare un buon contributo all’ambiente, ma secondo molti esperti non potrebbe bastare come unica soluzione. Ecco allora che si sta pensando a nuove alternative.

Photo credit Luca Bravo

Catturare e sequestrare l’anidride carbonica artificialmente

Le strategie artificiali per sequestrare e stoccare l’anidride carbonica sono tra gli obiettivi di ricerca emergenti per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Gli interventi possibili sono due:

Queste tecnologie chiamate  CCS – CO2 Capture and Storage iniziano a essere considerate già negli anni ‘50 negli Stati Uniti, per poi arrivare in Europa un decennio dopo, ma tutt’oggi non esiste ancora nessun tipo di soluzione affidabile, piuttosto qualche promettente sperimentazione.

Orca, il colosso mangia CO2

Tra le strutture d’eccellenza e già attive sul nostro pianeta c’è sicuramente Orca dall’islandese “orka” (che significa “energia”).

Questo impianto è il più grande al mondo e funziona come un colossale aspiratore. Attraverso 12 ventole risucchia l’aria per poi spingerla attraverso un filtro selettivo che trattiene solo l’anidride carbonica.

La CO2 ottenuta, a questo punto, si miscela con l’acqua e poi viene iniettata nella roccia del sottosuolo, dove avviene un processo di mineralizzazione. Grazie alla reazione di calcio, magnesio e ferro questa si solidifica e da lì non può più scappare.

Orca oggi è in grado di sequestrare fino a 4000 tonnellate di CO2 l’anno, un buon punteggio certamente, ma a fronte dei nostri 15 miliardi di tonnellate generati, è possibile rendersi conto che l’investimento in merito dovrebbe centuplicarsi per poter essere efficiente e non ovunque è possibile applicarlo.

Un caso italiano

Un altro intervento che ha suscitato molto interesse  e polemiche nel panorama dei progetti che stanno determinando la fase attuale della transizione ecologica è dell’ ENI. 

L’anno scorso, il colosso energetico ha avviato un programma di Capture and Storage nel Mar Adriatico, a largo delle coste di Ravenna. L’obiettivo è trasportare, attraverso dei gasdotti, l’anidride carbonica prodotta dagli impianti industriali e intrappolarla nei fondali marini. Una tecnica che già in passato non ha portato i suoi frutti, anche perché su larga scala queste tecnologie continuano ad avere costi proibitivi.

Inoltre, già nel 1968 un gruppo di ricercatori pubblicò su Science una ricerca   testimoniava come pompare fluidi in pressione nel sottosuolo potesse avere un impatto negativo sul rischio geologico, aumentando la possibilità di terremoti cosa che in Italia non manca naturalmente. 

Oltre a questo c’è da considerare tutto il lavoro di prospezione e inquinamento acustico a carico degli organismi marini, come vi ho già spiegato in un precedente articolo.

Implementare un sistema naturale

Sono fiduciosa che prima o poi troveremo delle soluzioni, ma potrebbe essere tardi, il clima della terra, così favorevole alla nostra specie, potrebbe essere irrimediabilmente già compromesso così come la vita sul pianeta.

Ecco perché la speranza di una soluzione artificiale non deve distrarci dall’obiettivo primario di ridurre le emissioni. E questo limitando i nostri consumi, controllando la nostra impronta climatica anche nei piccoli gesti quotidiani e soprattutto favorendo le energie rinnovabili e arrivando quanto prima a zero deforestazione degli ultimi polmoni naturali rimasti sul pianeta. Le foreste primarie non vanno toccate!

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