
Quando lasciamo un sacchetto di vestiti in un contenitore per la raccolta degli indumenti usati, siamo portati a credere che finiranno automaticamente nelle mani di qualcuno che ne ha bisogno. In alternativa, ci convinciamo che le fibre verranno semplicemente riciclate. Ma come funziona davvero la raccolta dei vestiti usati e, soprattutto, quali regole seguire? Per conoscere al meglio questo processo, ho deciso di parlarne con Humana People to People Italia, una della realtà più virtuose nella raccolta, selezione e valorizzazione degli indumenti, durante una visita all’impianto di Pregnana Milanese.
Il problema della raccolta: come riconoscere i contenitori affidabili

Non è di certo un segreto: in Italia sono presenti numerosi contenitori per la raccolta degli indumenti usati. Eppure, non sono tutti uguali. Innanzitutto, è necessario distinguere tra:
- contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti tessili, spesso predisposti a livello comunale, a scopo di corretto smaltimento. Rispondono alla Direttiva (UE) 2018/851, che impone dal 2025 in tutta Europa la differenziazione dei rifiuti tessili, obbligo che in Italia è già in vigore dal 2022. Purtroppo, non tutti i comuni ne sono al momento provvisti;
- contenitori per la raccolta degli indumenti usati integri a scopi benefici, ad esempio da destinare ai bisognosi oppure alla rivendita per sostenere progetti benefici.
Purtroppo, così come riferisce Humana,sul territorio nazionale sono presenti anche contenitori per la raccolta non autorizzati. E non si tratta di un semplice problema di collocazione dei punti di raccolta, bensì anche di percorso che i vestiti compiono: spessoi contenitori privi di autorizzazione sono il punto di partenza di filiere poco trasparenti.
- Ma come riconoscerli, per alimentare una raccolta davvero virtuosa? È opportuno verificare:il nome dell’ente, dell’associazione o dell’organizzazione responsabile che se ne occupa;
- il sito internet o un recapito telefonico per ottenere eventuali informazioni
- la sede fisica dell’ente, ossia l’impianto presso cui gli abiti vengono portati.
Ancora, dovrebbero essere presenti sul contenitore le modalità corrette per il conferimento dei vestiti.
In caso di dubbi sulla gestione della raccolta di abiti usati, è sempre possibile rivolgersi al proprio Comune, per chiedere chi sia l’operatore effettivamente autorizzato sul territorio.
Quali vestiti si possono conferire e quali vanno nell’indifferenziato?

Una credenza errata diffusa riguarda la tipologia di indumenti che si può conferire negli appositi contenitori. Non tutto si può infatti destinare alla raccolta: molto dipende dalle regole dispostesia a livello comunale che dalle associazioni che se ne occupano.
In generale, nei contenitori stradali dedicati alla raccolta tessile possono essere inseriti:
- abiti puliti e in buone condizioni, che possono essere riutilizzati. Nel caso di Humana, vengono selezionati e rivenduti come vintage o second hand, ad esempio nei 21 negozi Humana presenti in Italia. Alcuni capi che rispettano specifiche caratteristiche climatiche, culturali e di trend, vengono donati da Humana alle consociate in Mozambico, Zambia e Malawi, dove sono rivenduti localmente per generare occupazione ed economia, sostenendo al contempo i progetti socio-ambientali dell’organizzazione attivi localmente;
- scarpe,borse e accessori solamente se integri e in buono stato, che possono essere riutilizzati;
- biancheria da casa come coperte, tovaglie o tende;
- tessili non più utilizzabili come indumenti, ma che, attraverso successivi processi di riciclo, vengono trasformati in fibre, pezzame industriale o in materiali per il settore, ad esempio dell’edilizia e dell’automotive.
Non vanno invece conferiti capimolto sporchi, unti, contaminati da vernici o completamente rovinati. Così come non vanno nella raccolta tessile scarpe, borse o accessori rotti che con le attuali tecnologie non sono purtroppo riciclabili: questi materiali andranno smaltiti tramite la raccolta differenziata tessile del Comune, se presente, o nell’indifferenziato.
Ancora, bisogna sapere che non tutti i materiali hanno lo stesso valore. In generale, le fibre naturali – cotone, lino, lana, cashmere – hanno buone possibilità di recupero. I tessuti misti, come ad esempio il pile o altri per imbottiture, possono trovare altri impieghi, come ad esempio nella produzione di materiali isolanti. Alcuni capi composti da molte fibre diverse, quando non recuperabili attraverso i processi oggi disponibili, vengono invece spesso smaltiti come rifiuti e rappresentano, perciò, un costo per l’intera filiera.
Dove finiscono i vestiti raccolti da Humana?

Ma una volta inseriti negli appositi contenitori, cosa accade ai vestiti? Nel caso di Humana, si aprono le porte di una filiera che prevede diverse fasi di selezione e valorizzazione.
Dai contenitori, i materiali vengono portati negli impianti di stoccaggio o selezione di Humana. Prima della fase di smistamento, i capi vengono igienizzati con un processo di nebulizzazione all’ozono, per poi essere suddivisi in oltre 25 categorie. In generale:
- il 65% degli indumenti può essere riutilizzato;
- il 25% può essere avviato al riciclo;
- la porzione restante, che non può essere né riutilizzata né riciclata, viene destinata a prevalentamente alla termovalorizzazione.
Di conseguenza, nulla viene sprecato:
- i capi ancora in buone condizioni possono essere venduti nei negozi Humana in Italia e in Europa oppure donati alle consociate in Africa subsahariana ,dove vengono rivenduti localmente per generare occupazione ed economia, oltre a popolare il mercato con prodotti di buona qualità a prezzi democratici. Il valore economico generato contribuisce a coprire i costi operativi e a sostenere progetti di Humana;
- gli indumenti non riutilizzabili vengono recuperati con il riciclo, per ottenere fibre rigenerate o materiali diversi, come gli isolanti;
- ciò che non può avere una seconda vita, e che quindi non dovrebbe essere conferito nei contenitori dedicati al tessile, viene destinato a termovalorizzazione e rappresenta un importante costo.
Il problema della fast e ultra-fast fashion sul recupero degli indumenti

Eppure, in un processo così virtuoso come quello di Humana, c’è un problema sempre più radicato: è la fast e ultra fast-fashion, che, con un modello produttivo basato su collezioni continue, prezzi bassi, rapida sostituzione degli abiti e scarsa qualità, sta mettendo alla prova il mercato dell’usato e del riciclo in tutto il mondo. Bisogna infatti considerare che:
- gli indumenti dalla qualità ridotta sono spesso inadatti alla rivendita;
- i capi che si salvano dalla prima rivendita, hanno uno scarsissimo appeal commerciale sul mercato della second-hand, che già prevede indumenti di qualità più elevata a prezzi contenuti;
- composti da tante fibre diverse spesso non possono essere nemmeno recuperati come materie prime e quindi non sono riciclabili.
Oggi ci si trova in una situazione paradossale: vengono prodotti sempre più capi ma, per via della qualità in costante calo, i successivi processi di riutilizzo o riciclo sono messi a dura prova. Le organizzazioni che operano nel settore del tessile post consumo si trovano infatti ad affrontare costi operativi sempre più alti, a fronte di un minor valore del materiale raccolto.
Per questo, oltre ad abitudini di acquisto più consapevoli da parte di tutti noi, servono delle risposte normative. La Commissione Europea, con la Strategia UE per i Prodotti Tessili Sostenibili e Circolari, ha evidenziato come la fast fashion sia un danno per tutti, perché incentiva l’acquisto di capi di bassa qualità, che durano per periodi troppo brevi. Il corpo di legge è però ancora abbastanza timido, anche se la Francia sta facendo da pioniera: da settembre 2026, è infatti previsto un “malus” sulla moda fast, con tasse e rincari – progressivi nel tempo – sia per le aziende che per i consumatori: entro il 2030, una giacca della fast-fashion potrebbe avere anche 30 euro in più sui prezzi di listino.
Nel frattempo, l’Unione Europea ha adottato alcune misure aggiuntive, come:
- la responsabilità estesa del produttore (EPR) che, in base alla Direttiva Quadro sui Rifiuti, impone ad aziende, distributori e importatori di finanziare concretamente la raccolta differenziata, la selezione e il riciclo, investendo maggiormente sulla produzione di capi più duraturi e più facili da recuperare;
- il Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), introdotto dal Regolamento di Ecodesign per Prodotti Sostenibili, che permette di recuperare tutto il processo di fabbricazione e distribuzione di un indumento;
- il blocco alla distruzione dell’invenduto, a partire da luglio 2026, al fine di non alimentare le logiche della fast-fashion.
Perché è importante scegliere bene dove donare i vestiti

Infine, è bene ricordare che la scelta di quali indumenti conferire e in quali contenitori fa la differenza sull’effettiva seconda vita dei nostri capi..
Non bisogna dimenticare, poi, che la responsabilità del consumatore comincia ancora prima del conferimento. Per ridurre il proprio impatto ambientale, ed evitare che i propri vestiti si trasformino in rifiuti altamente inquinanti, è indispensabile:
- acquistare meno, ma di maggiore qualità;
- acquistare second hand;
- preferire fibre dalle alte chances di recupero, limitando i tessuti sintetici.
- riparare i vestiti quando possibile;
- vendere, scambiare o donare i capi ancora utilizzabili;
- affidare i propri capi solo a percorsi di raccolta completamente tracciabili.
In definitiva, il modo con cui si acquistano e donano gli indumenti è determinante, sia per alimentare una filiera di concreto aiuto sociale, sia per garantire processi efficaci di riuso e riciclo.