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Home»EcoNews»Super El Niño, gli oceani si stanno scaldando troppo in fretta: cosa può succedere nel 2026
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Super El Niño, gli oceani si stanno scaldando troppo in fretta: cosa può succedere nel 2026

Un evento climatico rarissimo si avvicina: il Super El Niño del 2026 potrebbe essere il più potente da oltre 150 anni, con conseguenze globali già attese.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino15 Maggio 20263 min lettura
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Sole su oceano
Pexels

Si chiama Super El Niño ed è un fenomeno meteorologico che potrebbe rivelarsi come uno degli eventi più intensi degli ultimi anni. Gli oceani si stanno riscaldando con un’intensità che preoccupa la comunità scientifica, e i modelli aggiornati del Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine considerano sempre più concreta la probabilità che entro l’autunno del 2026 si materializzi questo spettro.

Di cosa si parla quando ci si riferisce al Super El Niño? L’aggettivo “super” implica la maggiorazione di un fenomeno di per sé rilevante: El Niño. Si tratta di un’oscillazione climatica naturale che si ripete ogni due-sette anni e si innesca quando le acque superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale centrale e orientale si riscaldano di almeno 0,5 °C rispetto alla media storica di lungo periodo. Questo riscaldamento altera la circolazione atmosferica su scala planetaria, sposta le precipitazioni, modifica i venti e amplifica eventi estremi anche in regioni distanti dall’epicentro.

Quando l’anomalia termica supera i 2 °C, si entra nella soglia del Super El Niño, una versione amplificata il cui impatto cresce in modo non lineare rispetto all’evento ordinario. Come ha spiegato a HuffPost UK il professor Bill McGuire, professore emerito di geofisica e rischi climatici all’University College London, più grande è l’evento, più profondi sono gli effetti sul meteo globale.

Nelle ultime settimane il processo sembra essersi accelerato grazie alla cosiddetta onda di Kelvin, una massa d’acqua calda che risale verso la superficie del Pacifico dopo aver viaggiato in profondità per migliaia di chilometri, che ha riscaldato le acque superficiali con mesi di anticipo rispetto alle proiezioni di marzo. Questo ha portato il centro previsioni della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration, a indicare che il 2026 potrebbe diventare uno dei cinque anni più caldi mai registrati.

I paesi che avvertono prima e con maggiore intensità gli effetti di El Niño sono quelli affacciati sul Pacifico: Australia, Indonesia, Perù, Ecuador e Filippine, dove il fenomeno porta siccità prolungate in alcune aree e inondazioni improvvise in altre, con i monsoni che si spostano e si intensificano al di fuori del loro ciclo regolare.

Il Sudamerica visto dall'alto
Pexels

C’è però un’altra preoccupazione. Il 2026 ha già una base di partenza problematica: un pianeta già molto più caldo per effetto del cambiamento climatico. La soglia di +1,5 °C rispetto all’era preindustriale, rischia quindi di essere superata e con facilità. Questo porterebbe allo scioglimento di circa un milione di chilometri quadrati di permafrost (una superficie pari a tre volte l’Italia), con un conseguente innalzamento del livello del mare compreso tra 30 e 90 centimetri entro fine secolo. Un’eventualità che riguarda direttamente anche le coste italiane, tra le più esposte del Mediterraneo.

Per l’Europa e per l’Italia, gli effetti non sono immediati, ma non sono nemmeno trascurabili; secondo gli scienziati, il picco globale delle temperature potrebbe arrivare nel 2027, il che significa che le ricadute più evidenti sulle nostre latitudini potrebbero manifestarsi con qualche mese di ritardo rispetto all’apice pacifico, con scenari purtroppo anomali. 

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