
Solo nei primi quattro mesi del 2026, sono 191 i lupi morti in tutta Italia; un’emergenza che in Abruzzo ha assunto i contorni di una vera catastrofe e che ha riacceso il dibattito sulla sopravvivenza di un animale simbolo dell’Appennino italiano. Nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, decine di lupi sono stati trovati morti nel giro di poche settimane, con ogni probabilità a causa di esche avvelenate disseminate in maniera apposita. Secondo le stime attualmente disponibili, sarebbe stato azzerato circa un quarto dell’intera popolazione locale della specie. Le indagini, coordinate dalle Procure di Sulmona e di Avezzano, sono tuttora in corso, ma il quadro delineato è di assoluta gravità.
A essere colpite in particolare, tre località in provincia dell’Aquila. Lo scorso 15 aprile, una pattuglia di guardiaparco ha rinvenuto cinque carcasse nella zona di Alfedena. Pochi giorni dopo, i resti di altri tre esemplari sono stati ritrovati a Pescasseroli. Successivamente, a Bisegna, sono state rinvenute altre quattro carcasse, accompagnate da quelle di tre volpi e una poiana, a testimonianza che il veleno può colpire qualunque animale entri in contatto con le esche, compresi quelli domestici. Il Nucleo Cinofilo Antiveleno del Parco è intervenuto sul posto, mentre il materiale sequestrato è stato trasferito all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise per le analisi del caso.
Di fronte a quanto accaduto, quindici tra le principali associazioni ambientaliste e animaliste italiane, tra cui WWF, LAV, LIPU ed Enpa, hanno presentato una richiesta formale di incontro urgente con i due procuratori della Repubblica e con il comandante del Gruppo Carabinieri Forestale dell’Aquila. L’obiettivo è fare piena luce sulle responsabilità e individuare misure concrete per scongiurare nuovi episodi, con l’obiettivo di proteggere non solo la specie, ma l’intero ecosistema appenninico.
Come anticipato, l’Abruzzo è la punta di un iceberg di una problematica più estesa. I dati raccolti dall’Osservatorio Lupo, sulla base di informazioni provenienti da fonti istituzionali come il Dead Wolf Tracker dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, il Centro Grandi Carnivori del Piemonte e quello del Servizio Forestale della Provincia di Bolzano, parlano di 191 lupi trovati morti tra strade, boschi e aree rurali della Penisola da gennaio ad aprile 2026.
La prima causa accertata è quella degli investimenti stradali e ferroviari, con 70 casi. Seguono 29 avvelenamenti certi o probabili, 8 episodi di bracconaggio o uccisione illegale, e una quota significativa di decessi con causa ancora ignota. Le regioni più colpite risultano il Piemonte con 33 casi, l’Abruzzo e la Toscana con 29 ciascuna, l’Emilia-Romagna con 26.
A rendere tutto questo ancora più critico, c’è un dato inquietante: in diverse regioni il numero di lupi morti nel 2026 supera di molto i limiti teorici previsti per eventuali abbattimenti legali. Vale la pena ricordare che il lupo appenninico, Canis lupus italicus, è una sottospecie endemica dell’Italia, protetta dalla legge nazionale e dalla direttiva Habitat dell’Unione europea.
Predatore al vertice della catena alimentare, il lupo appenninico regola le popolazioni di ungulati selvatici, favorisce la rigenerazione della vegetazione e concorre alla salute complessiva dei boschi. In sostanza, se il numero di lupi diminuisce, gli effetti ricadono sull’intera fauna locale. La tutela di questo animale, dunque, è una necessità ecologica, la cui responsabilità deve essere ripartita egualmente tra istituzioni, comunità e singoli cittadini.