
Le balene non rappresentano soltanto una delle più affascinanti e maestose specie animali del Pianeta, ma sono anche delle fondamentali alleate per la lotta ai cambiamenti climatici. Proprio così: i grandi cetacei sono fra i più efficienti sequestratori di CO2 oggi esistenti, tanto da eguagliare – e molto spesso superare – le foreste. Eppure, nonostante questa incredibile peculiarità, ancora non si fa abbastanza per la loro tutela.
In che modo le balene accumulano carbonio

Si tratti di una megattera, di un capodoglio o di altre specie di grande cetaceo, le balene sin dalla nascita hanno la capacità di assorbire grandi quantità di carbonio. In altre parole, con i loro ritmi biologici evitano che enormi quantità di CO2 – si parla di almeno 33 tonnellate per ogni singolo esemplare – finiscano negli strati alti dell’atmosfera, andando così a peggiorare i cambiamenti climatici in atto.
Ma in che modo le balene contribuiscono alla decarbonizzazione? Questi straordinari animali limitano le emissioni di carbonio sia in vita che, addirittura, dopo la loro scomparsa. Infatti:
- presentano una biomassa ad alta densità che, con un ciclo di vita che può superare il secolo, permette di accumulare grandi quantità di carbonio nei tessuti adiposi e nella struttura scheletrica. In altre parole, così come evidenzia la scienza, agiscono come dei serbatoi viventi e stabili di CO2;
- quando muoiono, si rendono protagoniste del fenomeno della whale fall: sprofondando sui fondali oceanici, la CO2 rilasciata dalla decomposizione non viene liberata. Bensì, a causa della forte pressione dell’acqua, il carbonio viene mineralizzato, rimanendo quindi indefinitamente sul fondale.
Sintetizzando, durante la vita accumulano grandi quantità di CO2 nei loro tessuti e, una volta scomparse, contribuiscono a trasformare i fondali marini in una vera e propria cassaforte geologica, che impedisce al carbonio di tornare in superficie.
Le balene alimentano anche la produzione di ossigeno

Non è però tutto, perché le balene non solo sequestrano anidride carbonica, ma rappresentano un contributo fondamentale per la produzione di ossigeno. Si tratta di un’azione indiretta, ovvero i grandi cetacei contribuiscono alla proliferazione di organismi che, per loro natura, rilasciano grandi quantità di ossigeno.
Poiché in natura nulla rappresenta uno spreco, la presenza delle balene alimenta infatti un circolo virtuoso:
- nutrendosi nelle profondità marine e risalendo in superficie per respirare, le balene rilasciano deiezioni ricche di ferro, azoto e fosforo;
- poiché le deiezioni tendono a concentrarsi nella zona fotica, ovvero gli strati più superficiali dell’acqua e ben raggiunti dall’irrorazione solare, determinano delle vere e proprie fioriture di fitoplancton;
- il fitoplancton assorbe CO2 e, per effetto della fotosintesi clorofilliana, rilascia grandi quantità d’ossigeno.
Il ruolo del fitoplancton nel contrastare i cambiamenti climatici non deve essere sottovalutato: produce infatti più del 50% dell’ossigeno terrestre e cattura circa il 40% di tutta la CO2 emessa. In linea generale, la sua proliferazione per effetto delle balene contribuisce a una produzione di ossigeno superiore a quella di quattro foreste amazzoniche.
Cosa minaccia la sopravvivenza delle balene

Eppure, nonostante il loro fondamentale contributo alla sopravvivenza dell’intero Pianeta, l’uomo continua a minacciare i grandi cetacei, tanto da avvicinare sempre più specie al rischio d’estinzione.
Oggi la vita delle balene è infatti sempre più messa a dura prova dalla pressione antropica. Tra le minacce maggiori, vi sono infatti:
- le collisioni con le grandi navi, che si intensificano di anno in anno per l’aumento del traffico marino commerciale, concentrato soprattutto sulle rotte storiche dei grandi cetacei;
- l’inquinamento acustico, che disorienta le balene alterandone i meccanismi di comunicazione, e quello atmosferico, con metalli pesanti e bioaccumulo di plastiche che danneggia il sistema immunitario;
- il disallineamento climatico, perché a causa del riscaldamento globale si riduce la disponibilità di krill, costringendo i cetacei a migrazioni più estenuanti e meno riproduttive;
- le catture accidentali, dovute alla pesca industriale o alle reti fantasma abbandonate nell’oceano, oggi una vera e propria condanna a morte;
- la caccia commerciale residua che, nonostante le moratorie internazionali, persiste sia con deroghe che con attività baleniere illegali.
In definitiva, ripristinare le popolazioni di balene ai livelli pre-industriali non è solo un dovere di conservazione biologica, ma una strategia climatica pragmatica per catturare la sempre più elevata CO2 in atmosfera.