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Home»EcoNews»Basta poco e salta tutto: a Catania l’ultimo colpo, così i furti di rame sabotano l’auto elettrica
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Basta poco e salta tutto: a Catania l’ultimo colpo, così i furti di rame sabotano l’auto elettrica

Furti di rame alle colonnine di ricarica: un fenomeno in crescita che blocca la mobilità elettrica in Italia e in Europa: le soluzioni.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Aprile 20263 min lettura
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Punto di ricarica di una macchina elettrica
Unsplash

Il furto di rame ai danni delle infrastrutture di ricarica per auto elettriche è diventato una delle emergenze più sottovalutate: per la terza volta nell’arco di pochi mesi, otto postazioni Tesla di un centro commerciale nell’hinterland di Catania sono state derubate dei cavi di rame, diventando così inutilizzabili. Non si tratta purtroppo di un episodio isolato o locale, ma di un modus operandi che accomuna città e nazioni europee.

Il meccanismo del furto è semplice: ogni colonnina ha due cavi, ognuno dei quali contiene tra i sei e i dieci chilogrammi di rame. Ogni colpo frutta ai ladri tra i 12 e i 20 chilogrammi di metallo, pari a circa 100–160 euro, che viene poi immesso nel circuito del riciclo dei metalli, dove viene ripulito, fuso e mescolato ad altri rottami e venduto in ambiti come edilizia, impianti elettrici ed elettronica.

Se il guadagno per chi ruba è basso, i danni sono molto più grandi: le colonnine restano inutilizzabili per giorni o settimane e la riparazione costa cara agli operatori. Nel frattempo, elemento non da poco, gli automobilisti rischiano di non trovare punti di ricarica e restare a piedi.

A essere colpite in maniera particolare sono le stazioni ultrafast, poiché contengono quantità di rame superiori rispetto agli impianti standard. Ma nessuna infrastruttura sembra al sicuro e basti dire che in un caso recente, a Enna, i cavi sono stati tranciati persino davanti alla caserma della Guardia di Finanza.

Unsplash

Per capire come mai il fenomeno sia così in crescita occorre valutare tre fattori essenziali:

  • l’aumento di valore della materia prima;
  • la rapida diffusione delle colonnine pubbliche, installate in luoghi poco sorvegliati;
  • la facilità con cui il metallo rubato trova acquirenti nel circuito illegale.

Secondo i dati disponibili relativi all’Italia, raccolti dal report dell’associazione Motus-E, al 31 dicembre 2025 sono stati installati 73.047 punti di ricarica pubblici. Il nostro, inoltre, è tra i Paesi più avanti per rapporto tra colonnine, veicoli elettrici e rete stradale, pur con alcune criticità ancora aperte. Una di queste è proprio il furto dei cavi: più alto è il numero di colonnine, più possibilità ci sono per i malintenzionati.  

C’è da chiedersi, ora, quali siano le possibili soluzioni a una questione che scatena disservizi importanti per gli utenti. La prima soluzione presa in esame dai produttori riguarda l’inserimento di localizzatori GPS nei cavi, che rendano così tracciabile il materiale rubato e, di conseguenza, permettano di identificarne i responsabili.

La seconda, invece, punta su un accrescimento della videosorveglianza integrata direttamente nella struttura della colonnina. La terza lavora sulla resistenza fisica, realizzando cioè delle guaine rinforzate che ostacolino il taglio del materiale. Infine, la quarta soluzione prevede la sostituzione del rame con l’alluminio, un materiale, dal valore commerciale esiguo, che non interesserebbe ai ladri. Uno scenario drastico che, tuttavia, appare anche come il più impraticabile, visto che l’alluminio è un conduttore di elettricità meno efficace del rame, con un allungamento dei tempi di ricarica.

Intanto cresce il malcontento tra gli utenti, con segnalazioni e richieste formali di intervento già arrivate al Ministero dei Trasporti. Se si vuole sostenere la mobilità elettrica è necessario che le azioni siano concrete e immediate.

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