
Quando l’8 marzo scorso i raid israeliani hanno colpito oltre trenta impianti petroliferi iraniani, su Teheran è caduta una pioggia nera, densa, maleodorante. Una patina scura che ha ricoperto strade, tetti e auto. Quello è stato il primo segno tangibile di una catastrofe di proporzioni notevoli. Un disastro ecologico e ambientale senza precedenti, le cui conseguenze non sono ancora definibili.
Numeri alla mano, in base al report dell’associazione Climate & Community Institute, solo durante le prime due settimane di conflitto sarebbero stati rilasciati nell’atmosfera oltre cinque milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Una quantità di inquinanti che è il frutto dei gas serra sviluppati da ogni missile, tra emissioni dirette ed emissioni legate alla produzione e alla catena di approvvigionamento del vettore stesso. Non finisce qui: a queste vanno sommate le incursioni aeree, le operazioni navali, gli incendi e il consumo di carburante.
Secondo quanto rivelato dalle valutazioni satellitari del laboratorio di ricerca geospaziale Conflict Ecology, dell’Università dell’Oregon, oltre 7.600 edifici sono stati distrutti in Iran, più di 1.200 soltanto nella capitale. In Libano, come riferito dal Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica ad Agence France-Presse, quasi 18.000 unità abitative sono state rase al suolo e oltre 32.000 danneggiate nel giro di quarantacinque giorni. È solo la punta di un iceberg: quando un edificio crolla sotto un bombardamento, le macerie rilasciano nell’ambiente circostante plastiche, solventi, fibre isolanti, metalli pesanti, amianto. Sostanze che si infiltrano nel suolo e nelle falde acquifere e che, per molti anni a venire, alterano la qualità dei terreni agricoli.

Dalla terra al mare, lo scenario cambia. Per la sua struttura chiusa, poco profonda e con scarsa circolazione, il Golfo Persico trattiene gli inquinanti molto più a lungo. Ad esempio, l’olio combustibile pesante sversato in mare dopo gli attacchi alle raffinerie sull’isola di Lavan e alla nave militare iraniana Shahid Bagheri. Le chiazze si sono spostate verso la Riserva della Biosfera di Hara, riconosciuta dall’Unesco come habitat di tartarughe, pellicani e serpenti marini. Un paradiso che ospita 7.000 dugonghi e meno di cento megattere, che, non essendo migratorie, non hanno altre aree in cui rifugiarsi.
Anche la qualità dell’aria è considerevolmente peggiorata. I roghi degli impianti petroliferi hanno liberato carbonio nero, composti organici volatili, ossidi di zolfo e particolato fine. Non solo: i caccia militari emettono circa quindici tonnellate di anidride carbonica per ogni ora di volo; le migliaia di incursioni delle prime settimane di guerra avrebbero prodotto l’equivalente di oltre mezzo milione di tonnellate di CO2.
Insomma, uno scenario desolante che rischia di protrarsi ben oltre la fine del conflitto. Nella fase post-bellica, infatti, le priorità istituzionali si concentrano sulla ricostruzione immediata di infrastrutture ed economia, con il rischio di mettere in secondo piano le questioni ambientali. In questo contesto, per Paesi come Iran e Libano le prospettive non sarebbero rosee: il danno ambientale non deriva più da un singolo evento catastrofico, ma da una serie di impatti progressivi che, nel tempo, determinano un deterioramento sistemico e diffuso dell’ambiente.