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Home»A tavola»Passata di pomodoro: la differenza tra “origine Italia” e “confezionato in Italia”
A tavola

Passata di pomodoro: la differenza tra “origine Italia” e “confezionato in Italia”

La passata di pomodoro non è sempre al 100% italiana: bisogna controllare l'etichetta, per vedere l'origine e il confezionamento.
Tessa GelisioDi Tessa Gelisio28 Maggio 20264 min lettura
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Tessa Gelisio, passata di pomodoro

La passata di pomodoro è uno di quegli ingredienti che non può mai mancare nelle dispense italiane. Ingrediente cardine delle ricette della dieta mediterranea, spesso si pensa che questo alimento sia completamente di produzione nazionale. Ma è davvero così? A giudicare dalle etichette, no: bisogna infatti distinguere tra la dicitura “Origine Italia” e “Confezionato in Italia”, perché indicano due tipologie di prodotto ben diverse.

La differenza tra produzione e confezionamento in Italia

Passata di pomodoro
Pexels

Escludendo al fine di questa analisi tutte le passate di pomodoro di esplicita produzione estera, sul mercato si trovano diverse tipologie di prodotto. In base al Decreto Interministeriale del 16 novembre 2017, esistono due indicazioni principali:

  • “Origine Italia” o “Origine del pomodoro: Italia”, quando sia la coltivazione che la trasformazione avvengono sul territorio nazionale;
  • “Confezionato in Italia” o “Packed in Italy”, quando invece il pomodoro è stato coltivato all’estero e sullo Stivale viene effettuato unicamente il confezionamento finale. All’interno di questo gruppo possono essere compresi anche concentrati o semilavorati.

Come facile intuire, si tratta di alimenti qualitativamente diversi, soprattutto quando vengono impiegati concentrati, per facilitarne la conservazione e il trasporto. Inoltre, l’uso di pomodori esteri allunga la filiera, porta una porzione dell’impatto ambientale al di fuori dei confini nazionali e rende difficile la valutazione della sostenibilità complessiva.

Come la differenza viene evidenziata in etichetta

Pomodori
Pexels

A partire dal 2018, con l’entrata in vigore del sopracitato decreto, l’indicazione di origine è diventata obbligatoria per le passate di pomodoro. Il consumatore può quindi controllare direttamente l’etichetta per accertarsi delle zone di provenienza sia della coltivazione che della produzione. In particolare:

  • per la coltivazione e la trasformazione al 100% italiana, in confezione devono essere riportate le già evidenziate diciture “Origine del pomodoro: Italia” o “Origine Italia”;
  • per i pomodori provenienti dall’estero, ci deve essere indicazione separata tra il Paese di coltivazione e quello di trasformazione;
  • per le miscele, deve essere distinto tra “Paesi UE”, “Paesi extra-UE” o “Paesi UE ed extra-UE”;
  • se solo il confezionamento viene effettuato sullo Stivale, deve essere specificato.

È bene sottolineare che si tratta di una differenza non solo formale: alcuni studi scientifici evidenziano che i pomodori coltivati sul territorio nazionale presentano un profilo minerale e nutrizionale più variegato rispetto a quelli d’importazione.

Da dove provengono i pomodori non coltivati in Italia?

Pianta di pomodoro
Pexels

I principali Paesi fornitori di pomodoro o concentrato per l’industria europea e italiana includono Spagna, Portogallo, Turchia, Egitto e, in misura minore, gli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa la Cina rappresentava uno dei principali fornitori, ma recenti misure approvate a livello Europeo ne hanno ridotto la portata del 76%.

Fino al 2024, il 46% di tutto l’import nazionale proveniva proprio dalla Cina, seguito dagli USA al 13%, dalla Turchia all’11%, dal Portogallo al 9% e dalla Spagna all’8%. Nel 2025, la porzione cinese è passata da un giro d’affari di 75 milioni di euro a meno di 13 milioni.

Per il pomodoro fresco, la Spagna rimane il fornitore preferito, date anche le coltivazioni intensive in Almeria e la relativa facilità di trasporto in Italia. Portogallo, Turchia ed Egitto sono invece favoriti per le loro quote significative di concentrato.

Qual è l’impatto ambientale della coltivazione estera

Sugo
Pexels

Gli studi LCA – Life Cycle Assessment, ovvero sull’intero ciclo di vita – dimostrano differenze sostanziali tra il pomodoro coltivato in Italia e quello, invece, proveniente dall’estero. 

In particolare, è utile sapere che l’impronta idrica del pomodoro industriale italiano è di 114 metri cubi di acqua a tonnellata, contro i 236 della produzione spagnola, più intensiva. Nel dettaglio, sullo Stivale si impiegano:

  • 35 metri cubi a tonnellata da piogge;
  • 60 metri cubi a tonnellata da acqua irrigua, false e fiumi;
  • 19 metri cubi a tonnellata da fonti indirettamente inquinate, ad esempio da smog o da nitrati industriali che hanno contaminato le false.

A questo si devono aggiungere i costi in termini di emissioni di CO2 legate al trasporto, di circa 0,079 chilogrammi di CO2 equivalente al chilo per i Paesi che si affacciano sul Mediterrano, che possono arrivare anche allo 0,2 per i più distanti, come la Cina. Generalmente, per l’importazione dall’estero i costi di trasporto pesano al 10-18% sul totale delle emissioni climalteranti, contro l’1-4% della produzione nazionale.

Più difficile è invece verificare le pratiche produttive, soprattutto in Paesi Extra-UE che potrebbero impiegare quantitativi maggiori di fertilizzanti e pesticidi o, ancora, non aver implementato politiche ferree di controllo sul campo.

In definitiva, bisogna prestare attenzione all’etichetta quando si compra la passata di pomodoro: preferire sempre prodotti completamente realizzati in Italia, rispetto a quelli di produzione estera e solo coltivati sullo Stivale.

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