
Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e di Terra Madre, è morto nella notte tra giovedì 21 maggio e venerdì 22 maggio nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo. La coincidenza con il calendario ha un valore simbolico speciale, visto che proprio il 22 maggio si celebra la Giornata mondiale della Biodiversità. E Petrini alla biodiversità alimentare, intesa come valorizzazione di prodotti e pratiche agricole tradizionali che l’industria del cibo, con la sua spinta all’omologazione, rischiava e rischia tuttora di cancellare per sempre, aveva dedicato l’intera esistenza.
Gastronomo, giornalista, scrittore e organizzatore culturale, Petrini è stato uno dei primi, in Italia e nel mondo, a parlare di cibo non solo come consumo o piacere, ma come tema sociale. Nel 1986 fondò Arcigola, associazione culturale nata con l’obiettivo di riscoprire la storia gastronomica italiana in contrapposizione al fenomeno dei fast food.
Tre anni dopo, a Parigi, quell’esperienza si trasformò in Slow Food: una realtà no-profit con una missione più ampia, ovvero valorizzare le tradizioni agricole ed enogastronomiche di tutto il mondo, difendere la stagionalità dei prodotti e sostenere un’agricoltura che escluda l’uso di organismi geneticamente modificati.

Il movimento crebbe fino a diventare una rete presente in oltre 160 paesi, dimostrando come partire dal cibo significhi, in realtà, parlare di tutto: ambiente, economia, identità dei territori e giustizia sociale.
Petrini contribuì a fondare anche l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo. Il riconoscimento internazionale non tardò ad arrivare. Nel 2004 il Time lo nominò Eroe europeo e nel gennaio 2008 il The Guardian lo inserì nella lista delle cinquanta persone che potrebbero salvare il mondo. Negli ultimi anni aveva lasciato la ribalta alle nuove generazioni di Slow Food, ma continuava a lavorare nell’ombra. Lasciando un esempio che difficilmente si esaurirà.