
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale per un focolaio di Ebola scoppiato nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, esteso poi all’Uganda. Il virus in circolazione è il Bundibugyo, una variante del ceppo Ebola contro cui non esistono vaccini né terapie approvate. La preoccupazione delle autorità sanitarie globali è alta, e non solo per i numeri.
Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha spiegato le motivazioni dell’allarme. L’epidemia si è estesa a diverse aree urbane, si sono registrati decessi tra il personale sanitario, segnale di una trasmissione avvenuta anche in ambienti ospedalieri, e la provincia di Ituri è segnata da un conflitto armato che ha accelerato gli spostamenti di popolazione. A complicare il quadro, un fattore legato all’area geografica: si tratta di una zona mineraria con un alto tasso di mobilità, dove controllare la catena dei contatti diventa un’operazione complessa. L’emergenza internazionale, ha precisato l’OMS, non equivale a un’emergenza pandemica: serve ad attivare una risposta coordinata tra i Paesi, mobilitare risorse straordinarie e garantire il flusso di informazioni tra governi. Per i Paesi europei, il rischio rimane molto basso.
Il virus Bundibugyo appartiene alla famiglia degli Orthoebolavirus. Si trasmette attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di persone o animali infetti, e il periodo di incubazione può arrivare fino a tre settimane. I sintomi iniziali, febbre, affaticamento, dolori muscolari, sono poco specifici, il che rende più difficile una diagnosi tempestiva. In passato, i focolai da questo ceppo hanno registrato tassi di mortalità tra il 30 e il 50 per cento. L’assenza di un vaccino autorizzato rappresenta un elemento critico nella gestione dell’epidemia attuale.

Eppure, il focolaio di Ituri non è sorprendente per chi studia i modelli di diffusione del virus. Un’analisi condotta dai Centers for Disease Control and Prevention americani, pubblicata sulla rivista Emerging Infectious Diseases, ha evidenziato che la deforestazione è il principale indicatore predittivo dei focolai di Ebola. Utilizzando circa vent’anni di dati satellitari e modelli di apprendimento automatico, i ricercatori hanno ricostruito i momenti in cui il virus è passato dagli animali all’uomo, concentrandosi su quel salto di specie che dà origine a ogni nuova epidemia. Il modello è stato poi testato su eventi reali, riuscendo a identificare con un’accuratezza del 90 per cento le aree a rischio.
Uno degli aspetti più significativi emersi dallo studio riguarda la natura non lineare del rischio, che rimane contenuto fino a un punto critico di degradazione dell’ecosistema, dopo il quale cresce in modo brusco. Quando le foreste vengono distrutte o frammentate, animali come i pipistrelli della frutta, che sono portatori del virus Ebola, sono costretti a spostarsi verso aree abitate, aumentando le occasioni di contatto con l’uomo. Allo stesso tempo, chi abbatte le foreste per cacciare, coltivare o estrarre risorse si ritrova a operare in territori un tempo inaccessibili.
La distribuzione geografica del rischio non lascia spazio a dubbi: circa l’80 per cento delle aree classificate come più vulnerabili si trova nella Repubblica Democratica del Congo. Non è una coincidenza che il focolaio attuale sia scoppiato proprio in una regione dove il disboscamento avanza, la popolazione cresce e la stabilità politica è fragile.