
Oggi non è possibile pensare di uscire senza aver applicato una protezione solare, non solo in spiaggia ma anche in città. Le creme solari sono una barriera imprescindibile dall’aggressività dei raggi solari e sono entrate a far parte della routine quotidiana tutto l’anno. È più che naturale, dunque, chiedersi quali siano i solari migliori, anche in termini di sicurezza per l’organismo. Recentemente, negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration ha chiesto nuovi dati su alcuni filtri chimici molto diffusi, come l’oxybenzone e l’octinoxate, dopo studi che hanno mostrato come queste molecole possano attraversare la barriera cutanea ed entrare nel flusso sanguigno, soprattutto con applicazioni ripetute. Solo ossido di zinco e biossido di titanio, i due filtri minerali, reggono al vaglio dell’agenzia americana.
Lo scenario non è quello di un allarme immediato, è importante sottolinearlo Gli studi clinici dell’FDA hanno rilevato che, con l’applicazione mattutina e le successive riapplicazioni consigliate dagli esperti, alcune molecole presenti nelle formulazioni più comuni riescono a raggiungere il flusso sanguigno a concentrazioni superiori alla soglia prudenziale di 0,5 nanogrammi per millilitro. Oltre quel limite, per stessa ammissione dell’agenzia, si rendono necessari approfondimenti tossicologici specifici, con particolare attenzione agli effetti a lungo termine sul sistema endocrino e sulla sfera riproduttiva.

Un contributo indipendente ma altrettanto rilevante viene dal chimico formulatore Fabrizio Zago, consulente Ecolabel e ICEA, nonché autore dell’EcoBioDizionario; dalle sue ricerche emerge che molti filtri chimici presentano criticità legate all’interferenza ormonale e alla presenza di molecole classificate come CMR, ovvero cancerogene, mutagene o reprotossiche, pur rientrando nei limiti previsti dalla normativa cosmetica vigente.
Il tema, sottolinea, non si esaurisce sulla pelle umana: l’etilexil metossicinamato, tra i filtri chimici più diffusi, risulta nocivo per i coralli. Benzofenoni, cinnamati e alcuni conservanti come i parabeni sono stati collegati allo sbiancamento delle barriere coralline, fenomeno documentato in Messico, Mar Rosso, Indonesia e Maldive.
In questo quadro, le due alternative che la cosmesi ecobio indica come riferimento sono proprio quelle che la stessa FDA ha confermato come accettabili allo stato attuale delle conoscenze: ossido di zinco e biossido di titanio. Questi minerali agiscono in superficie, schermando le radiazioni UV senza essere assorbiti dalla pelle, e presentano un profilo tossicologico consolidato, pur con alcune cautele legate alla tossicità acquatica dello zinco in forma libera. Tuttavia, c’è una specifica importante: quando questi ingredienti vengono ridotti a dimensioni nanometriche per eliminare il fastidioso effetto bianco sulla pelle, la loro innocuità non è verificata a sufficienza. La forma non nano, in questo senso, resta la scelta più prudente.
Sul fronte della ricerca, uno studio pubblicato su ScienceDirect ha aperto una prospettiva inedita: la lignina, polimero vegetale tra i più abbondanti in natura e componente strutturale del legno, ha dimostrato una capacità significativa di assorbire sia le radiazioni UVA sia quelle UVB, grazie anche alle sue proprietà antiossidanti. Estratta dal pioppo con un processo a base di etanolo e ultrasuoni, e ridotta in microparticelle uniformi, ha fatto salire il fattore SPF da poco più di 1 fino a oltre 20 con una concentrazione del 10 per cento. Il potenziale è concreto, anche se la strada verso un’applicazione cosmetica su scala resta ancora lunga.