Punto di vista

Altro che Far West: oggi minacciamo di estinzione interi popoli

Le minacce alle tribù che non hanno contatti con il mondo esterno

Tessa Gelisio con indigeni dell'Amazzonia

Gli appassionati di film western conosceranno sicuramente “Ombre rosse”, il capostipite di questo filone: una carovana deve raggiungere una città del Nuovo Messico, ed è costretta ad attraversare un territorio occupato dalla tribù di indiani Apache; come sempre in questi film, gli indiani vengono presentati come i nemici, che attaccano senza motivo i protagonisti, ma che alla fine vengono sempre battuti. Il bene trionfa sul male? Mica tanto. La leggenda che si è creata intorno al Far West si discosta un po’ dalla storia vera e propria.

L’accusa principale che viene rivolta al genere western è che ha esaltato queste guerre contro gli indiani, facendo passare la loro sopraffazione come il lieto fine; la “conquista del selvaggio West” era una sfida da superare per il progresso. I libri di storia però raccontano che le colonizzazioni di queste terre, e l’inevitabile scontro con i popoli nativi (gli indiani o i pellerossa che dir si voglia) hanno portato a quello che viene chiamato olocausto americano: dal 1494 (poco dopo la scoperta delle Americhe) al 1890 (anno della fine della colonizzazione) sono scomparsi tra i 50 e i 100 milioni di nativi, tra morti in guerra e cause indirette come distruzione del loro habitat o diffusione di malattie per cui non avevano anticorpi.

Oggi ci facciamo influenzare meno dal mito di John Wayne e simili, vediamo questi film con altri occhi perché conosciamo la storia del genocidio dei nativi americani, condanniamo chi per secoli ha sterminato intere tribù in nome della civilizzazione e del progresso. Verrebbe da pensare che abbiamo imparato qualcosa: e invece la storia si ripete.

Nel terzo millennio, le tribù esistono (o resistono) ancora, e si sono rifugiate in angoli remoti del pianeta; circa un centinaio di esse vivono senza avere contatti con il mondo esterno, e si trovano in Asia, Oceania, Messico e soprattutto in Sud America. L’Amazzonia è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità al mondo, ma anche uno dei più minacciati: i terreni della preziosa foresta pluviale vengono disboscati per fare posto a pascoli, coltivazioni, trivellazioni a caccia di petrolio, estrazioni minerarie (si stima che sia perso un quinto della sua superficie negli ultimi 50 anni). Insieme all’ambiente, a pagarne le conseguenze sono le popolazioni indigene dell’Amazzonia, vittime dello sfruttamento delle risorse della foresta da cui dipendono; un caso esemplare è quello del commercio della gomma: i migliori alberi della gomma crescevano proprio in queste zone, così le tribù vennero costrette a raccoglierla per il mercato europeo e americano. In soli 12 anni, più di 300.000 indigeni morirono di fame, vennero uccisi o schiavizzati.

E oggi non va meglio, perché spesso i loro diritti vengono calpestati e i loro terreni concessi dai governi alle multinazionali; in Amazzonia ci sono ancora 400 tribù, fra cui alcune incontattate, ovvero quelle che non hanno relazioni né contatti con i membri delle società dominanti: sono le più vulnerabili, perché non hanno difese immunitarie verso le malattie a cui le società occidentali sono esposte da secoli, tanto che intere popolazioni sono state sterminate da una semplice influenza.

Survival International, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, combatte anche contro i tentativi di contattare le tribù isolate, che spesso nascondono l’intento di liberare le loro terre per sfruttarle. I Matis del Brasile hanno visto dimezzata la popolazione al primo contatto; nel 1983 erano sopravvissuti solo 87, e in questi anni hanno dovuto vedersela con la deforestazione e malattie come malaria ed epatite che non sono più riusciti a debellare.

Più o meno nello stesso periodo, nel 1984, la Shell ha iniziato una “caccia al petrolio” in un’area della foresta amazzonica peruviana; i taglialegna aprirono la strada alla regione in cui vivevano gli indigeni Nahua: questo causò la morte del 60% della popolazione, tra epidemie e carenza di cibo per la deforestazione. Per dovere di cronaca, non fu trovato petrolio ma Shell fece un secondo tentativo nel 1996, consapevole del fatto che avrebbe fatto correre lo stesso rischio a un’altra tribù di Indiani incontattati, i Nanti. Così come i Murunhaua, sterminati a metà degli anni ’90, dopo il contatto con i taglialegna che abbattevano illegalmente il mogano, legno che in quel periodo aveva un prezzo di mercato molto alto.

I Murunahua, i Nanti, i Nahua e molti altri popoli vivono nella frontiera dell’Amazzonia, un’area a cavallo tra Perù, Brasile e Bolivia che ospita la più alta concentrazione di tribù incontattate; nelle ultime settimane è stata oggetto dei fatti di cronaca, quando il governo del Perù ha approvato la costruzione di una strada che collegherà lo stato al Brasile, tagliando a metà la foresta amazzonica e provocando l’invasione delle terre in cui vivono gli incontattati, circa 15 popoli. Anche le parole del Papa, che durante il suo recente viaggio in Perù ha condannato il progetto della “strada della morte”, sono state inascoltate: gli interessi economici e commerciali hanno avuto la meglio sui danni ambientali e la sopravvivenza di chi vi abita.

Le tribù incontattate rischiano di essere distrutte per sempre, e non sarebbero le prime: “l’uomo della buca” è l’ultimo esponente di quella da cui proviene. Viene chiamato così per via della sua abitudine di scavare buche, per nascondersi o per catturare animali; non si sa nulla di lui, ma probabilmente il suo popolo è rimasto vittima degli allevatori, che hanno più volte attaccato anche lui. Nonostante il FUNAI (un’organizzazione del governo brasiliano che si occupa della protezione delle terre indigene) abbia allargato il suo territorio per difenderlo, quando morirà, si estinguerà un popolo di cui non sappiamo nulla.

Crediamo di essere noi il mondo civilizzato, eppure siamo così civili che nel 3° millennio portiamo ancora all’estinzione intere popolazioni. Siamo poi così cambiati dal “selvaggio West”? Come ha scritto Primo Levi in “Se questo è un uomo”, «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Il futuro di tanti popoli dipende anche da noi. Vi lascio al video di Survival International, in cui viene raccontata la storia dei popoli incontattati. Se lo troverete abbastanza convincente, potete aderire alla loro campagna per i diritti di queste tribù.

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