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La fragilità del Pianeta raccontata per immagini

Si chiama Fragile Earth, raccoglie decine di immagini satellitari per raccontare la bellezza della Terra ma anche la su fragilità di fronte agli abusi della nostra specie

 

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Oggi parliamo di disastri ambientali, ma non di quelli immediati, che sono sotto gli occhi di tutti: parliamo dei danni creati nel tempo, la somma di nostri singoli comportamenti, anche piccole azioni quotidiane apparentemente innocue ma che a lungo termine hanno lo stesso effetto devastante di un uragano o un’esplosione nucleare. Riscaldamento globale, erosione costiera, desertificazione: sono parole che sentiamo ogni giorno, forse senza sapere esattamente che cosa significhino e quali conseguenze abbiano. L’applicazione per iPhone e iPad “Fragile Earth” dell’editore inglese Collins (che ha già pubblicato diversi volumi con lo stesso titolo) nasce proprio per questo, per mostrarci come cambia il Pianeta, per vederlo prima e dopo il nostro impatto: più di 70 immagini, suddivise per categorie o per zone geografiche, scattate in epoche differenti.  Ho scelto alcuni dei più grandi disastri che l’uomo ha provocato, insieme alle fotografie che mi hanno maggiormente colpito: d’altra parte, si sa, un’immagine vale più di mille parole.

  1. Disboscamento della foresta pluviale tropicale di Santa Cruz, in Bolivia (1975 – 2003)

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Le foreste sono l’ecosistema più ricco (ospitano circa la metà delle specie animali e vegetali esistenti sulla Terra), più vasto (un tempo ricoprivano i due terzi della superficie terrestre, ora un terzo) ma anche più a rischio: negli ultimi 200 anni è scomparso il 99% delle foreste europee e il 95% di quelle degli Stati Uniti, trasformate in insediamenti urbani o coltivazioni intensive. Sopravvivono le foreste Boreali di Russia, Canada e Alaska, e quelle tropicali in Africa e Amazzonia, ma la velocità a cui stanno scomparendo desta non poche preoccupazioni. Le foreste non solo proteggono il suolo dalle erosioni, ma hanno anche un ruolo fondamentale nel riciclo dell’acqua: decimando gli alberi, continueranno a diminuire le precipitazioni. Inoltre, la deforestazione ha un impatto sui cambiamenti climatici, rilasciando tonnellate di carbonio nell’atmosfera: si stima che proprio questo carbonio sia responsabile al 20% del riscaldamento globale.

La sequenza tratta da Fragile Earth ci mostra che nel 1975 l’area a nord est della città boliviana di Santa Cruz era costituita da una fitta foresta e l’intera regione era scarsamente popolata. Nel 2003 la foresta è stata distrutta per far posto a pascoli e coltivazioni di soia, destinati per lo più all’esportazione; gli abitanti di Santa Cruz sono più di un milione, e la crescita della popolazione richiede sempre maggiore spazio, a spese della foresta.

 

  1. Lo sviluppo incontrollato dei centri urbani: Las Vegas, l’area metropolitana in più veloce espansione degli Stati Uniti (1973 – 2000)

 

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La specie umana è ormai diventata prevalentemente urbana: la metà della popolazione mondiale risiede infatti in grandi città. Il dato allarmante, però, è che queste sfruttano ben tre quarti delle risorse del Pianeta, spesso provenienti da Paesi lontani, ma anche quelle locali, prima fra tutte l’acqua. Le città hanno inoltre un alto impatto sull’ambiente: non riescono ad assorbire l’inquinamento che producono e lo smog non fa che accelerare i cambiamenti climatici. La soluzione sarebbe educare i cittadini ad abitudini più sostenibili, come il riciclo dei rifiuti o l’utilizzo dei mezzi pubblici; si potrebbero anche creare più parchi ed aree verdi, in grado di ospitare alcune specie di flora o di fauna.

Las Vegas oggi è l’aerea metropolitana in più veloce espansione degli Stati Uniti. Se già nel 1973 si poteva osservare una città in crescita, Fragile Earth ci mostra che nel 2000 il deserto è quasi sparito: il centro urbano si è esteso notevolmente, ampliandosi in tutte le direzioni e creando anche numerosi sobborghi. Si possono vedere chiaramente anche le nuove strade che sono state costruite per i collegamenti con la città.

 

  1. La scomparsa delle paludi della Mesopotamia, Iraq (1973 – 2000)

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Ormai sono pochi i fiumi che l’uomo non ha tentato di modificare a suo piacimento. Se da una parte le dighe hanno permesso di moltiplicare la quantità di acqua e irrigare le terre da coltivare, dall’altra molte di queste operazioni hanno causato problemi ambientali e sociali: spesso si utilizza molta più acqua di quella che è possibile ripristinare, dimenticando che l’acqua non è una risorsa inesauribile.

Nel 1973 le paludi della Mesopotamia erano una delle aree umide più grandi al mondo. La costruzione di numerose dighe e la loro bonifica, intrapresa dal regime iracheno negli anni novanta, le ha quasi completamente prosciugate, distruggendone l’ecosistema e lasciando morire di stenti le popolazioni locali. Le paludi hanno lasciato posto alla terra arida e le acque rimaste sono ormai inquinate; si sta lavorando per ripristinare la zona, ma secondo gli esperti potrebbe volerci ancora molto tempo per riavere comunque solo una parte di ciò che c’era prima.

 

  1. Il prosciugamento del Lago d’Aral, nell’Asia Centrale (1973 – 2005)

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Oltre ad offrire acqua dolce e pesce, i laghi sono importanti perché sono invasi naturali che aiutano a limitare le inondazioni; inoltre, ospitano numerose forme di vita, e la loro scomparsa significherebbe una riduzione della biodiversità globale. La riduzione delle dimensioni dei laghi è causata soprattutto dai cambiamenti climatici o dal prelievo delle loro acque per scopi industriali- In questa tremenda sequenza il prosciugamento del lago d’Aral dagli anni Settanta ai giorni nostri. Situato al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, dagli anni sessanta in poi è stato letteralmente preso d’assalto per rifornire d’acqua le piantagioni di cotone, con conseguenze però devastanti. Prima di tutto un grave impatto sulla fauna: gli ecosistemi della zona sono stati completamente distrutti, fermando l’industria ittica già negli anni ottanta; ritirandosi, il lago ha formato vaste pianure salate, ricoperte di prodotti tossici utilizzati per le piantagioni: le popolazioni locali hanno manifestato numerosi problemi di salute, soprattutto malattie respiratorie e renali, a causa dell’esposizione. Anche il clima della zona è cambiato, diventando meno temperato, con inverni più freddi ed estati più calde.

Quello che una volta era il quarto lago del mondo per dimensioni, ora ha solo tre bacini separati da aree polverose. Nel 2009 già si prevedeva che la parte orientale si sarebbe definitivamente prosciugata: le foto satellitari scattate dalla NASA lo scorso agosto hanno infatti certificato la sua scomparsa. Si stanno prendendo provvedimenti per salvare almeno la parte superiore: il Kazakistan ha lavorato alla costruzione di una diga che servirà ad ampliarne la superficie.

Al Gore, Premio Nobel per la pace 2007, lo ha definito “l’evento più grave nella storia dell’umanità”.

 

  1. I ghiacciai alpini scomparsi (1970 – 2000)

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Il riscaldamento globale si fa sentire ovunque, e questa immagine che ritrae l’arco alpino la dice lunga su quanto stia colpendo anche il nostro Paese. Normalmente un ghiacciaio impiega diversi decenni prima di diventare instabile ma sono bastati 40 anni a spogliare quasi completamente le nostre montagne. Con lo scioglimento dei ghiacci perenni arrivano siccità e dissesto idrogeologico. Che ne sarà della Pianura padana senza il ghiaccio delle Alpi?

 

  1. La minaccia dell’innalzamento del livello dei fiumi e lo straripamento dello Yangtze River, in Cina (marzo 2002 – settembre 2002)

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Un’altra conseguenza del riscaldamento globale sono le precipitazioni sempre più frequenti ed intense, che a loro volta causano le piene dei fiumi ed inondazioni il più delle volte devastanti. Negli ultimi trent’anni le piogge torrenziali sono raddoppiate, e le previsioni vedono aumentare questa tendenza anche in futuro, con monsoni estivi potenzialmente distruttivi in Asia e piogge invernali che porteranno danni in Europa e Stati Uniti. Nella sequenza tratta da Fragile Earth, l’esondazione del 2002.

Nella classifica delle dieci inondazioni più gravi avvenute nel secolo scorso, ben sette di queste riguardano la Cina; in particolare, il bacino delle Yangtze Kiang, con 400 milioni di abitanti, è una delle aree più popolate al mondo, ma anche una delle zone più a rischio inondazione, che è costata la vita a centinaia di migliaia di persone. Nell’agosto 2002 le forti precipitazioni causarono un’enorme ondata di piena, che si riversò dal fiume nelle zone limitrofe: se gli argini non fossero riusciti a domare il fiume, le conseguenze sarebbero state nuovamente letali. Tuttavia, lo Yangtze River costituisce ancora oggi una minaccia.

 

  1. L’erosione costiera dello Stato di Washington (ottobre 1997 – aprile 1998)

Le coste da sempre vengono attaccate da onde e maree, ma i cambiamenti climatici, innalzando i livelli del mare, hanno un impatto anche su spiagge e scogliere, che sono maggiormente esposte all’erosione: più del 70% dei litorali si stanno ritirando proprio per questo motivo. Aree particolarmente a rischio sono la costa orientale dell’Inghilterra, i Caraibi e villaggi dell’Alaska in prossimità dell’Artide.

Anche la costa occidentale degli Stati Uniti è spesso esposta alle tempeste e soprattutto agli uragani, causati dal riscaldamento delle temperature dell’Oceano Pacifico, fenomeno questo denominato El Niño. Durante un progetto di monitoraggio dell’erosione costiera dello Stato di Washington, sono state scattate queste fotografie: nell’arco di un solo inverno una grossa porzione della costa è letteralmente scomparsa, lasciando edifici abitati in prossimità del mare e in posizioni piuttosto rischiose.

Piangere sui danni fatti non serve e purtroppo indietro non si torna, ma essere consapevoli di ciò che stiamo facendo al nostro Pianeta è il primo passo per salvarlo. Come sarà il futuro? Dipende da quello che facciamo noi oggi. Ricordiamoci che ogni volta in cui lasciamo l’auto in garage, o teniamo basso il riscaldamento della nostra casa, o decidiamo di non acquistare un cibo che arriva da lontano, stiamo aiutando il mondo in cui viviamo, così bello ma così fragile.

Un grazie speciale a Ilaria Palmeggiani per la redazione di questo articolo e per avermi fatto scoprire un’app tanto interessante!

2 Commenti

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    Paolo Castellani
    22 febbraio 2015 at 16:28

    Cara Tessa, É difficile trovare le parole giuste per descrivere (e soprattutto contenere) la rabbia che provo ogniqualvolta leggo di riscaldamento globale e di danni alla Terra e ai continui pericoli per la bio diversità! Ricordo bene il tuo reportage durante una puntata di pianeta mare in cui chiedevi spiegazioni in merito a tali questioni ad un esperto del mare e del fenomeno del surriscaldamento del pianeta (correggimi se sbaglio ma se non ricordo male eravate all’ interno del meraviglioso museo oceanografico di Montecarlo dedicato a causteu…), e attraverso piccoli esperimenti si comprendeva che tipo di danni ingenti provoca il surriscaldamento del mare alla barriera corallina e alla fauna marina. Ti ringrazio per quel contributo (e per l’ articolo di oggi )perché é da quel momento che ho cominciato a leggere ed informarmi in merito a questi argomenti e spero con tutto il cuore che sempre più persone nel mondo possano conoscere i rischi e i danni che l’ inquinamento perpetrato dall’ uomo sta recando al nostro bellissimo ma sempre più fragile pianeta. Per il tuo lavoro, il tuo impegno in Amazzonia, la passione e la forza della tua voce io nel mio piccolo ti ringrazio. Vorrei soltanto che ci fossero molte, moltissime altre voci come la tua…
    Un abbraccio e una serena domenica 🙂 Paolo

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      tessa
      26 febbraio 2015 at 13:42

      Caro Paolo,
      non sai che piacere leggere il tuo messaggio. mi riempie il cuore sapere che sono stata utile nel vedere il mondo sotto l’occhio dell’ecologia dalla quale non possiamo prescindere.
      un bacione enorme
      tessa

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