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Home»Punto di vista»Nuove malattie dallo scioglimento del permafrost: quali i rischi?
Punto di vista

Nuove malattie dallo scioglimento del permafrost: quali i rischi?

Dallo scioglimento del permafrost potrebbero arrivare nuove malattie, dovute a virus e batteri antichissimi: ecco quali sono i rischi.
Tessa GelisioDi Tessa Gelisio4 Marzo 20245 min lettura
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Permafrost

Nuove malattie potrebbero derivare dallo scioglimento del permafrost, il ghiaccio perenne delle zone artiche del Pianeta, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici. Patologie del tutto inedite per l’uomo, in realtà causate da agenti infettanti antichissimi: virus e batteri rimasti per millenni intrappolati sotto una fitta coltre di ghiaccio. Ma quali sono i rischi?

Fino a poco tempo fa, la possibile ricomparsa di infettanti millenari appariva solo uno scenario teorico. Ora arriva però la conferma da parte della scienza: un gruppo di ricercatori non solo è riuscito a isolare un vecchio virus, ma anche a infettare con esso un organismo unicellulare all’interno di un ambiente protetto di laboratorio. E arriva il monito degli esperti: se non si ridurranno le emissioni di gas climalteranti, e quindi se non si terrà a bada l’incremento delle temperature globali che sciolgono i ghiacci, le conseguenze potrebbero davvero essere gravissime.

I virus “zombie” dell’Artico

Gli scienziati li hanno già ribattezzati virus “zombie”, poiché praticamente in grado di tornare in vita. Dopo essere rimasti intrappolati per millenni nel ghiaccio più impenetrabile, questi agenti infettanti – alcuni dei quali anche di 60.000 anni fa – potrebbero tornare in superficie a causa dei cambiamenti climatici, con delle conseguenze da non sottovalutare per l’uomo.

La conferma di una simile possibilità arriva dall’attività di ricerca di un gruppo di genetisti, guidati da Jean-Michel Claverie dell’Università Aix-Marseille, che già nel 2022 avevano dimostrato la possibilità di infezione con virus antichissimi, tramite una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica BioRxiv. Gli scienziati sono infatti riusciti a isolare un virus della famiglia delle amebe risalente a 48.500 anni fa, capace tutt’oggi di infettare organismi unicellulari.

Lo scopo di questa ricerca è dimostrare che, proprio a causa dell’effetto di ibernazione del permafrost, virus antichissimi potrebbero essere perfettamente in grado di “tornare in vita”. “Notiamo tracce di moltissimi virus” – ha spiegato Claverie, in un’intervista riportata dall’Independent. “Se i virus della famiglia delle amebe sono sopravvissuti, non vi sono ragioni per pensare che altre tipologie di virus non siano in vita o che non siano più capaci di infettare”.

La minaccia delle malattie dal permafrost

Permafrost, ghiaccio in scioglimento

Quella dello scioglimento del permafrost è una minaccia che, fino a oggi, è stata largamente sottovalutata. Complice anche la recente pandemia da Covid, la maggior parte delle ricerche si è concentrata – più che legittimamente – sulle minacce alla salute che possono provenire dalle zone tropicali e sub-tropicali del mondo, per via delle zoonosi.

Eppure, mentre per quanto riguarda i virus tropicali si tratta spesso di patologie conosciute – anche se inedite zoonosi possono sempre sorgere – che potrebbero espandersi in un nuove aree a causa del surriscaldamento globale, sugli agenti infettivi rinchiusi nei ghiacci sappiamo ancora poco.

“Questi sono virus che possono potenzialmente infettare gli umani e dare inizio a nuove pandemie”, spiega Claverie, e per questo l’attenzione deve essere massima. E le cure a nostra disposizione potrebbero non essere sufficienti per combattere queste malattie, proprio poiché derivanti da agenti infettanti addirittura esistenti prima dello stesso uomo. “Non sappiamo quali virus siano intrappolati nel ghiaccio – aggiunte l’esperto – ma il rischio che ve ne sia uno in grado di causare importanti malattie, ipotizziamo una forma antica di poliomielite, è reale. Dobbiamo pensare che una cosa del genere può accadere”.

Il rischio delle trivelle

Trivella petrolifera

Uno dei fattori che desta più preoccupazione fra gli esperti riguarda i piani che molti Paesi stanno progettando per trivellare l’Artico, in cerca di nuovi giacimenti di petrolio. Un proposito che, se realizzato, potrebbe addirittura accelerare il ritorno di virus legati all’era dell’uomo di Neanderthal.

Le trivelle, infatti, scavano a fondo nei ghiacci e nel terreno, anche per centinaia di metri, e per effetto meccanico portano a un rapido surriscaldamento del ghiaccio e al suo scioglimento. “Queste operazioni” – spiega lo scienziato – “potrebbero liberare diversi patogeni che sono lì conservati. E potrebbero contagiare i minatori, a loro volta diffondendo nuove malattie. L’effetto potrebbe essere disastroso: il nostro sistema immunitario non è mai entrato in contatto con questi microbi”.

Malattie dal permafrost: che fare?

Dinnanzi a uno scenario così preoccupante, diventa ancora più evidente quanto siano urgenti interventi per frenare i cambiamenti climatici.

A partire dalla riduzione nelle emissioni di gas climalteranti, come l’anidride carbonica, i primi responsabili dell’innalzamento delle temperature a livello globale e, conseguentemente, dello scioglimento dei ghiacci perenni.

Gli esperti stanno già pensando di implementare delle strutture di quarantena e isolamento per i lavoratori che, in futuro, potrebbero entrare in diretto contatto con questi pericolosi patogeni. Ma si tratta di una strategia di contenimento, quando bisognerebbe impiegare risorse sulla prevenzione.


E, come sottolineato dall’esperto, servono interventi sempre più estesi per ridurre la dipendenza mondiale da combustibili fossili, in particolare il petrolio. Con i principali giacimenti mondiali che si stanno per esaurire, l’ipotesi – in particolare a partire dal 2040 – di invadere l’Artico con le trivelle diventa sempre più reale. E non ce lo possiamo permettere, poiché ne va della nostra stessa sopravvivenza.

Riusciremo quindi a cambiare le nostre abitudini, scegliendo soluzioni sempre più sostenibili, e abbandonando definitivamente i combustibili fossili? 

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