
Per chi vuole effettuare scelte di consumo più consapevoli, e ridurre l’impatto ambientale dei propri acquisti, evitare il Made in China diventa una precisa necessità. I prodotti cinesi possono infatti risultare molto più inquinanti, non solo per ovvie questioni di trasporto, ma anche per standard locali decisamente meno rigidi di quelli europei. Eppure, evitarli è estremamente difficile, data l’estrema diffusione di questi prodotti sulla nostra grande distribuzione: che fare?
L’impatto ambientale della produzione cinese

Innanzitutto, è utile analizzare perché il Made in China rappresenti una scelta poco compatibile con stili di consumo più sostenibili. Nonostante sia attualmente il Paese che più sta investendo in produzione di energia rinnovabile, la Cina è anche la nazione dalle maggiori emissioni di CO2 equivalente: circa il 30% di tutte quelle globali. Questo perché il carbone rimane tutt’oggi la fonte fossile più utilizzata, arrivando a quasi il 50% del mix energetico nazionale.
Non è però tutto: non solo la produzione è massiccia – data la manodopera a basso costo, la Cina attira aziende da pressoché tutto il mondo – ma anche abbastanza deregolata dal punto di vista della tutela ambientale. Ne consegue che:
- a parità di tecnologie impiegate, l’attività industriale cinese è fino a 2,5 volte più inquinante rispetto a quella europea, per le medesime categorie di prodotto;
- vi è una maggiore contaminazione da sostanze tossiche, soprattutto nel settore tessile, associata anche a scarsi controlli di scarichi inquinanti nei corsi d’acqua e nell’ambiente;
- l’impronta carbonica dell’export di questi prodotti è elevatissima, circa il 15% di tutte le emissioni globali.
L’impatto geopolitico ed economico
Non bisogna poi dimenticare che acquistare prodotti cinesi non rappresenta soltanto una scelta ambientale perdente, ma anche un vero e proprio autogol geopolitico ed economico.
Le strategie di delocalizzazione della produzione in Cina non stanno infatti comportando emissioni climalteranti sempre maggiori, ma anche svuotando i distretti industriali italiani ed europei. Con la scusa di risparmiare sul costo del lavoro, e di accedere a prodotti low-cost, ci si trova all’interno di un circolo vizioso:
- si perdono posti di lavoro qualificati sul mercato italiano, indebolendo le imprese storiche, che non riescono a sopravvivere con la concorrenza di un Paese deregolamentato e dalla produzione a basso costo. Dal 2000 al 2014 sono stati oltre 1 milione i posti di lavoro perduti in Europa a causa della delocalizzazione cinese, a cui se ne sono aggiunti altri 240.000 dal 2015 al 2022;
- si finanzia lo sviluppo economico, tecnologico e manifatturiero di un Paese estero, sacrificando la resilienza e la capacità d’innovazione europea;
- si alimentano politiche di produzione spesso poco etiche, con lavoratori costretti a turni massacranti, privi di particolari protezioni di legge e con salari non adeguati alle loro necessità.
Non è però tutto: scegliendo il Made in China, si rende l’economia italiana esposta a una catena di fornitura solo apparentemente solida, in realtà molto suscettibile a shock geopolitici, considerando quanto la Nazione sia al centro di forti tensioni internazionali.
Consigli per evitare il Made in China
Evitare il Made in China rappresenta un proposito decisamente complesso, sia per l’ampia diffusione dei prodotti cinesi nel mercato europeo, che per la possibile assenza di valide alternative. Tuttavia, vi sono delle strategie per tentare di ridurre la propria dipendenza da prodotti cinesi.
Cercare piccoli produttori locali online

Fatta eccezione per i prodotti alimentari, quando ci si rivolge alla grande distribuzione spesso non si ha alternativa al Made in China: si tratti del prodotto finito, oppure di alcune sue componenti, sfuggire dall’origine cinese sembra impossibile. Indumenti, elettrodomestici, dispositivi elettronici, mobili o utensili per la casa: in qualche punto del processo produttivo, il Made in China è comunque presente.
Il problema è però insito nella stessa grande distribuzione che, per contenere i costi, si affida spesso a fornitori extra-UE. Tuttavia, con un po’ di pazienza e devozione nella ricerca, si possono trovare piccoli produttori locali completamente autoctoni, per le stesse necessità. L’esempio classico è quello dei mobilifici: le grandi catene propongono soluzioni standardizzate, prodotte in serie in Cina, mentre le piccole realtà italiane si avvalgono di materie prime e filiere produttive completamente autoctone. Certo, i prezzi possono essere più elevati, ma si paga la qualità e, soprattutto, un impatto ambientale minore. E poi c’è l’usato: la scelta migliore.
Verificare la tracciabilità dei prodotti
Un problema frequente è rappresentato da quei prodotti che – pur essendo materialmente di produzione europea – incorporano componenti di origine cinese, vanificandone così i vantaggi in termini ambientali. Non basta quindi verificare il “made in” sulle etichette, occorre privilegiare aziende che garantiscono una tracciabilità completa dei loro prodotti:
- specificando, sul prodotto o sulla relativa pagina online, l’intera mappa della catena di fornitura, evidenziando le percentuali di componenti provenienti da Paesi extra-UE;
- evidenziando certificazioni o bollini direttamente in etichetta, come ad esempio il “100% Made in Italy” con certificazione TF – di tracciabilità della filiera – oppure “Origine UE Garantita”, che rispondono a regole stringenti su tutte la catena;
verificando altre tipologie di certificazioni – come la OEKO TEK e la GOTS per i tessuti, oppure la FSC per il legno – che, pur non assicurando esplicitamente l’assenza di componenti cinesi, la escludono spesso di fatto per rigidità dei protocolli.
Prestare attenzione a marchi e contraffazioni

Nonostante i severi controlli che caratterizzano l’import in Europa, spesso capita che sugli scaffali e online si trovino prodotti contraffatti o con marchi che possono ingannare i consumatori.
Il caso più eclatante è quello del marchio CE, che indica la conformità alle normative europee, spesso confuso con quello del China Export. I relativi loghi sono infatti molto simili, tanto che il font utilizzato è il medesimo:
- il marchio CE europeo include un buon distanziamento fra le lettere “C” ed “E”, come se entrambe fossero iscritte in un cerchio;
- la versione cinese invece prevede le due lettere molto ravvicinate.
Per molti decenni, e purtroppo tutt’ora, il logo China Export è stato furbescamente sfruttato per infondere un senso di falsa sicurezza nei consumatori: riconoscendo un marchio familiare, gli utenti sono portati a ritenere si tratti di un prodotto conforme ed europeo.
Ancora, è utile prestare attenzione alla qualità dei materiali, all’assenza di anomalie in etichetta, errori di battitura o qualsiasi altro elemento che possa essere considerato sospetto.
Aiutarsi con le app
nfine, esistono diverse app che permettono di ricostruire la catena produttiva dei prodotti, che possono tornare utili per identificare la presenza di componenti – o processi produttivi – extra UE. Tra le principali, si elencano:
- Open Food Facts (Android, iOS): pensata per il settore agroalimentare, permette di scansionare i codici a barre per ottenere informazioni utili sulla qualità del prodotto e la sua origine;
- Chinese Product Detector (solo Android): permette, tramite la scansione del codice a barre, di identificare prodotti di origine cinese;
- Made In Barcode Scanner (Android, iOS): sempre tramite la scansione del codice a barre, mostra l’origine di ogni prodotto;
- Good on You (Android, iOS): ideata per il settore tessile e della moda, permette di verificare il grado di impatto ambientale e di produzione etica di qualsiasi indumento.
In definitiva, evitare il Made in China è davvero difficile, ma con alcune buone abitudini se ne può ridurre sensibilmente la propria dipendenza.

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