Punto di vista

Covid e inquinamento atmosferico, una relazione pericolosa

Covid, inquinamento e mascherina

L’inquinamento è una delle problematiche maggiori degli ultimi decenni, insieme al Covid, e colpisce tutto il pianeta, terreni, acque e ovviamente atmosfera. Tra i peggiori inquinanti di quest’ultima c’è il cosiddetto particolato atmosferico.

Da anni si studia l’impatto che l’inquinamento atmosferico ha sulla nostra salute, in particolare riferimento alle malattie croniche, quelle respiratorie e non ultime quelle tumorali. Un esempio riguarda lo studio presentato nel 1997, pubblicato su Nature da Cesare Cislaghi e Pier Luigi Nimis. Nel documento viene evidenziata la netta correlazione tra alti livelli di inquinamento dell’aria e incidenza di tumore ai polmoni nella popolazione al di sotto dei 55 anni.

Purtroppo, l’elenco degli studi che puntano il dito verso un alto impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute è davvero lungo e ormai ci sono pochi dubbi. Nel 2013, per esempio, l’International Agency for Research on Cancer di Lione ha inserito il mix di emissioni industriali, traffico e riscaldamento nel gruppo 1 delle sostanze “sicuramente cancerogene”.

Covid e inquinamento atmosferico

Wuhan inquinamento

Come se non bastassero le conseguenze negative per la salute in termini di aumentata incidenza delle malattie croniche e tumorali, l’inquinamento atmosferico è stato collegato anche alla diffusione delle malattie virali. Non ultimo il nuovo Coronavirus .

Anche in questo caso si è discusso molto in merito a quelle che sono le modalità di trasmissione e i relativi fattori di rischio. Se da un lato sarebbe eccessivo parlare di inquinamento atmosferico come causa del Covid, dall’altro diversi studi (es. 2018, prima firma Michele Carugno) hanno fatto riferimento alla presenza di inquinanti atmosferici come di un elemento che favorirebbe la diffusione degli agenti virali. Secondo questa ipotesi, contestata da gran parte della comunità scientifica, il particolato si comporterebbe da carrier ovvero sarebbe un vettore a cui si “attacca” il virus che sarebbe così trasportato nell’aria.

Se quest’ipotesi è tutta da confermare, sembra più plausibile che l’inquinamento atmosferico riduca l’efficacia della risposta immunitaria, rendendoci più esposti alle aggressioni dei patogeni presenti nell’aria. Nel caso dello studio firmato da Carugno, nel mirino è finita la concentrazione in Lombardia delle PM10. Un’area quella Padana che risulta essere da anni una delle più inquinate in Europa con 50’000 decessi precoci attribuiti proprio all’inquinamento atmosferico.

PM10 e Covid, gli esempi di Milano e Wuhan

Il 2019 e il 2020 sono stati gli anni più intensi dell’epidemia e successivamente della pandemia di Covid-19. Proprio a quei mesi così intensi hanno fatto riferimento i ricercatori dell’Università di Bologna, dell’Università di Bari e della SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale). Insieme hanno concentrato gli sforzi per comprendere meglio l’eventuale correlazione tra inquinamento ambientale e Coronavirus.

Sono state prese in considerazione due città su tutte: Wuhan e Milano. La prima è ormai tristemente nota come primo e più intenso focolaio di Sars-Cov-2, mentre la metropoli italiana è da diversi anni considerata a forte rischio inquinamento. Dai dati elaborati dal team di ricerca è derivato un interessante “Position Paper” relativo nello specifico al rapporto tra Covid-19 e particolato presente nell’aria. Come indicato nel documento risulta evidente, secondo gli studiosi:

Una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 febbraio-29 febbraio 2020 e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo 2020.

Milano

Milano inquinamento Duomo

Vengono citati alcuni dati relativi all’inquinamento atmosferico a Milano, più che nota per i continui sforamenti nei limiti di legge imposti dall’UE. Ad esempio, nel periodo dal 10 al 29 febbraio 2020 sono stati toccati con una certa frequenza i 70-80 microgrammi per metrocubo di PM10. Il valore medio è stato di circa 62 microgrammi, mentre la soglia europea era di appena 50.

Poco incoraggianti anche i dati relativi alle PM2,5, il particolato sottile. Mediamente sono risultati attorno ai 40-50 microgrammi, il cui limite di legge è fissato a 25 microgrammi per metrocubo d’aria. Valori inferiori a quelli registrati a Wuhan (rispettivamente 120 per le PM10 e 100 per le PM2,5), ma che comunque devono far riflettere in relazione ai rischi per la salute innescati dall’inquinamento atmosferico.

In attesa di una risposta “definitiva” della scienza, quello che è certo è che l’inquinamento atmosferico è da combattere con ogni mezzo possibile. Ancor più se pensiamo che i danni per la nostra salute potrebbero andare ben oltre quanto finora ipotizzato. Un esempio? Lasciamo a casa l’auto quando non indispensabile. Cerchiamo poi di ottimizzare i consumi di gas per il riscaldamento della casa, utile di questi tempi anche contro il caro-bollette. Ma soprattutto chiediamo che i governi di tutto il mondo contribuiscano finalmente a rendere la Terra un posto nel quale la lotta all’inquinamento sia davvero una priorità di tutti. Anche delle istituzioni.

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