Punto di vista

Cosa è l’elettrosmog e quali sono i rischi per la salute

Tessa Gelisio, elettrosmog

Cosa è l’elettrosmog e quali sono i suoi rischi per la salute? A tutti sarà capitato di porsi almeno una volta questa domanda, considerando come negli ultimi tempi il tema sia diventato di strettissima attualità. Io stessa ne sento parlare da decenni, praticamente dalla prima diffusione delle reti cellulari, eppure comprendere davvero quale sia la natura di questo problema e le sue possibili conseguenze sull’uomo non è semplice. Non solo perché si tratta di una questione estremamente tecnico-scientifica, declinata per gli addetti ai lavori, ma anche perché imbattersi in informazioni poco affidabili è fin troppo probabile nell’era dei social network.

Per questa ragione, ho deciso di raccogliere le informazioni più utili per capire cosa sia l’elettrosmog e quali effetti possa avere per l’uomo. In due appuntamenti: in questo primo approfondimento, parlerò in modo semplificato dell’elettrosmog, per permettere a tutti di avere un’infarinatura di base sul tema. Nel secondo intervento, con l’aiuto di Katiuscia Eroe – Responsabile Energia di Legambiente – andremo a verificare la situazione italiana dal punto di vista anche normativo e forniremo alcuni piccoli consigli quotidiani per ridurre i rischi. Perché la soluzione non è rinunciare alle nuove e vecchie tecnologie di comunicazione, bensì usarle con più consapevolezza.

Cosa è l’elettrosmog?

Elettrosmog, ripetitori

ll termine elettrosmog è ormai da tempo entrato nel linguaggio comune, eppure non tutti sanno che la sua storia è relativamente recente. Questa definizione nasce infatti a cavallo tra la fine degli anni ‘80 e la prima metà degli anni ‘90 quando, con la sempre più veloce installazione di ripetitori per le comunicazioni e la telefonia mobile, nella popolazione nacquero dubbi sui possibili rischi dell’esposizione continua a onde elettromagnetiche. Per quanto ormai comune, il termine potrebbe però apparire poco esaustivo: la scienza parla infatti più propriamente di inquinamento elettromagnetico.

Per inquinamento elettromagnetico, così come spiega il MISE, si intende la generazione di campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici di origine artificiale, quindi non dovuti a fenomeni naturali come la fisiologica radiazione del fondo terrestre o altri fenomeni ambientali. Nel dettaglio, ci si riferisce a tutte quelle fonti umane di radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti. Cosa sono?

  • Radiazioni elettromagnetiche ionizzanti: sono onde elettromagnetiche dall’energia sufficiente per rompere i legami atomici, liberando elettroni da atomi o molecole. È il caso, ad esempio, dei raggi X e dei raggi gamma;
  • Radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti: si tratta di onde elettromagnetiche dall’energia non sufficiente per rompere i già citati legami atomici. Fra le più comuni vi sono le frequenze per le comunicazioni radiotelevisive, cellulari e molto altro ancora.

Quali sono le fonti più comuni?

Antenne cellulari

Come ho già accennato, l’uomo è da sempre immerso in campi elettrici, magnetici o elettromagnetici. Fino praticamente all’inizio del 1900, si trattava di esposizioni a fonti unicamente naturali: le radiazioni solari, i campi elettrici generati dai temporali, lo stesso campo magnetico dalla Terra. Con lo sviluppo delle comunicazioni radio e di altre tecnologie, a questo “fondo naturale” si sono aggiunti campi di origine umana.

Tra le fonti di radiazioni non ionizzanti artificiali più comuni, si possono distinguere tre tipologie, misurate in base agli hertz – ovvero la loro frequenza, cioè quante onde si propagano ogni dato secondo:

  • Campi a frequenza bassa (fino a 300 hertz): sono generate perlopiù dalle linee e dai dispositivi elettrici presenti nelle nostre case;
  • Campi a frequenza intermedia (tra i 300 hertz e i 10 megahertz): dovuti ad alcuni dispositivi elettronici oggi di largo utilizzo, come i computer;
  • Campi a radiofrequenza (dai 10 megahertz ai 300 gigahertz): quelli generati dalle comunicazioni radio a media e lunga distanza – come ad esempio ripetitori radio e TV e antenne cellulari – e dai forni a microonde.

Quali sono i possibili effetti sulla salute?

Elettrosmog, antenne

Così come spiega l’AIRC, L’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, anni di studi hanno dimostrato che i campi elettromagnetici possono interagire con i tessuti biologici umani. L’effetto più evidente è quello di un apprezzabile riscaldamento dei tessuti, una conseguenza la cui intensità è determinata dalla vicinanza alle fonti di emissioni e dal tipo di frequenza con cui il corpo interagisce. In genere, il riscaldamento appare essere maggiore per i campi a radiofrequenza, proprio poiché operano su frequenze molto elevate.

Sulle possibili conseguenze per la salute, tuttavia, il dibattito è tutt’oggi ancora aperto all’interno della comunità scientifica. I ricercatori, già dalla fine degli anni ‘70, hanno voluto indagare la possibile relazione tra esposizione a campi elettromagnetici artificiali e un maggiore rischio di sviluppare tumori. Al momento non esiste una risposta definitiva e condivisa su questo possibile legame, poiché i dati a nostra disposizione non permettono di poter ancora contare su una sufficiente certezza. Tuttavia l’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, nel 2001 ha classificato i campi elettromagnetici a bassa frequenza nella categoria 2B – quella degli “elementi possibilmente cancerogeni” per l’uomo, di cui momentaneamente esiste una limitata evidenza di cancerogenicità – e nel 2011 ha incluso in questo gruppo anche i campi in radiofrequenza. Nonostante diversi studi indipendenti abbiano evidenziato in questi anni una relazione tra esposizione e radiofrequenze elevate, con effetti biologici oltre che termici quali l’aumento di alcune tipologie rare di tumore, l’OMS ancora non riconosce “effetti pericolosi per la salute causato dall’uso dei telefoni mobili“.

A questi si sono aggiunti vari studi indipendenti che, pur confermando come l’eventualità di un tumore dovuto all’inquinamento elettromagnetico sia molto bassa, hanno sollevato delle questioni che necessitano maggiori indagini. Fra le preoccupazioni dei ricercatori indipendenti, si annoverano:

  • il possibile aumento del rischio, seppur raro, di sviluppare gliomi e Schwannomi;
  • Un’eventuale correlazione con la leucemia linfoblastica acuta infantile, una patologia molto rara;
  • Il problema della cosiddetta elettrosensibilità, un disturbo sia fisico che psicologico di cui alcune persone soffrono per la continua esposizione a campi elettromagnetici. Al momento, però, l’OMS non riconosce appieno questa patologia.

Proprio queste preoccupazioni, non ancora pienamente esaustive, hanno spinto l’Italia ad adottare un approccio molto rigido – o per meglio dire, cautelativo – sull’esposizione a campi elettromagnetici, in attesa di nuove prove. Basti pensare che la legge italiana ammette esposizioni per un massimo di 6 V/m (volt al metro) nella scala di misura dei campi elettromagnetici, e non continuative per tutta la giornata, mentre per la gran parte dei Paesi europei questo limite è di 61 V/m.

Ma per quale ragione l’Italia ha scelto questo limite, cosa dice la legge e, soprattutto, quali piccole precauzioni quotidiane dovremmo prenderci per minimizzare ulteriormente il rischio? Sì, perché la questione non è rinunciare a tecnologie e comunicazioni moderne, bensì sfruttarle in modo più consapevole. A queste domande ci aiuterà a dare una risposta Katiuscia Eroe di Legambiente, in un prossimo approfondimento sempre qui su Ecocentrica.it

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