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La seconda vita degli pneumatici

Le gomme delle auto, per essere sempre sicure e affidabili, andrebbero controllate e verificate periodicamente, o cambiate ogni qual volta presentano segni di usura. Considerato il numero di veicoli che percorrono le nostre strade, la quantità di pneumatici “esausti” è quindi davvero ingente, con un conseguente problema di smaltimento. Ma vi siete mai chiesti dove finiscono le vecchie gomme delle auto? La normativa ambientale vieta che siano conferiti in discarica e impone che siano recuperati.  Ma sono davvero pochi i consorzi impegnati a dare una seconda vita agli pneumatici, è molto più semplice bruciarli per ottenere energia. Quindi come funziona? L’ho chiesto a Roberto Bianco, presidente di Greentire, la società consortile impegnata non solo nello smaltimento dei PFU, gli pneumatici fuori uso, ma fortemente convinta che il recupero dei suoi materiali sia una risorsa da sfruttare al 100%. Ecco cosa mi ha raccontato:

Com’è gestita la raccolta e il recupero dei PFU in Italia? 

“Dal 2011 esiste una normativa che regola lo smaltimento dei PFU basata sulla responsabilità del produttore e dell’importatore di prendersi carico, non solo della produzione o della vendita dello pneumatico, ma anche di gestirlo nel suo fine vita. In termini pratici, quando si acquistano degli pneumatici nuovi, il cliente paga un contributo ambientale che serve a coprirne le spese di smaltimento. Quel contributo ambientale perviene a chi ha l’incarico di gestire le operazioni di recupero: solitamente si tratta di società consortili come Greentire, ma la legge permette a un produttore o a un importatore di provvedere anche autonomamente. Chiunque produca o importi sul territorio italiano pneumatici ha l’obbligo di recuperare nel corso dell’anno un quantitativo, in peso, di pneumatici sostanzialmente pari a quello che ha importato o prodotto. In circostanze eccezionali, poi, tale quantitativo potrebbe addirittura eccedere il 100% dell’immesso”.

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Mediamente che fine fanno questi pneumatici in Italia?

“Non ci sono dati ufficiali sul quantitativo di pneumatici che arrivano annualmente a fine vita, ma si stimano tra le 350 e 380 mila tonnellate. L’anno appena trascorso, a causa della nota pandemia e della conseguente riduzione delle vendite degli pneumatici nuovi, tale quantitativo è stato inferiore, ma si tratta di una eccezione, o, almeno, così ci auguriamo tutti. Del quantitativo detto, il recupero di materia si stima intorno al 40%, e per materia si intende la gomma, il metallo e le fibre tessili di cui è composto lo pneumatico e che può essere riciclata, il restante 60% finisce nei termovalorizzatori per creare energia. Relativamente al recupero di materia, alcuni componenti sono totalmente recuperabili (come il metallo) altri, come la gomma, possono arrivare a punte del 95% (il restante 5% solitamente è tutto materiale in cattivo stato che non si riesce a riciclare) mentre, in relazione alla fibra tessile si fa un po’ più di fatica perché purtroppo non esiste ancora un mercato pronto a recepirla come materiale di riciclo. Ma anche su questo Greentire è attiva nel tentativo di valorizzarla, ad esempio attraverso un progetto in corso di sperimentazione che prevede l’utilizzo della fibra sintetica proveniente dal recupero dei PFU, per la produzione di additivi destinati ai manti stradali, e siamo fiduciosi sul fatto che anche le fibre tessili sapranno prendersi il giusto spazio nel mercato del riuso”.

Qual è quindi il valore aggiunto di Greentire, rispetto alle altre società consortili di recupero di PFU?

“La nostra società è nata con l’obiettivo di massimizzare il recupero dei derivati da PFU dando loro una seconda vita nel rispetto dell’ambiente e delle normative. Lavoriamo, quindi, avendo l’obiettivo di recuperare quanta più materia possibile, prendendo in considerazione solo come ultima opzione il recupero energetico e, contemporaneamente, offrire un prodotto derivato sempre di alta qualità. Questo ci porta sicuramente ad avere dei costi di lavorazione più alti rispetto ad altri, ma il nostro driver non è di tipo economico ma quello del massimo beneficio ambientale, nel pieno rispetto dell’economia circolare”.

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Invece circa gli pneumatici abbandonati, da dove arrivano?

“Dobbiamo innanzitutto fare chiarezza sul termine abbandonato, perché questo termine assume un significato differente in base alle situazioni.  Per quel che riguarda il richiamo normativo fino ad aprile 2020, esisteva al suo interno una definizione di stock storico, che stava ad indicare tutti gli pneumatici abbandonati prima del 2011, data dell’entrata in vigore della normativa sullo smaltimento di PFU di cui abbiamo parlato prima. Questi stock storici, secondo la nuova norma, non dovrebbero esistere più, perché teoricamente gestiti tutti (anche se francamente ho i miei dubbi a riguardo). Il tipo di abbandono che maggiormente ci ritroviamo a fronteggiare oggi è quello del “non raccolto”, costituito dalla differenza tra gli pneumatici ufficialmente dichiarati come immessi sul nostro mercato e quelli, invece, realmente presenti. E tutti gli pneumatici che costituiscono questa differenza sono privi del contributo ambientale”.

Ma dove li troviamo tutti questi pneumatici “in eccesso”? 

“Principalmente dai gommisti, ovvero nel luogo dove solitamente ci rechiamo per effettuare il cambio delle gomme, per passare dalle vecchie alle nuove. Quando ciò avviene da un esercente autorizzato e rispettoso della normativa, abbiamo la certezza che ogni pneumatico nuovo che acquistiamo prevede un corrispettivo per lo smaltimento di quello vecchio. Quando tale operazione viene effettuata da un soggetto non rispettoso della normativa, lo pneumatico nuovo che ci sta vendendo potrebbe non prevedere il contributo ambientale, con le evidenti conseguenze circa gli PFU”.  

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In conclusione quali consigli possiamo dare al consumatore 

“Come prima cosa, quando si fa un acquisto, controllare che in fattura sia indicato l’importo dedicato al contributo ambientale, dicitura che deve comparire in maniera distinta e separata rispetto al prezzo del bene. Questo serve a certificare non solo che si è in regola con la normativa, ma che quanto pagato sia giusto, considerando che il contributo ambientale varia da importatore a importatore. Poi, se si acquista da siti con sede all’estero controllare che il trattamento fiscale sia corretto e corrispondente alla normativa italiana. In ultimo, cercare di fare acquisti presso rivenditori qualificati o su siti certificati del settore, in caso di acquisti online. Credo che, oltre a questi accorgimenti più tecnici, quando si effettua un acquisto bisognerebbe informarsi per raggiungere una maggiore consapevolezza anche su tematiche quali il riuso, alla base dell’economia circolare, in modo da contribuire anche a modificare l’approccio mentale verso i prodotti che, ancora oggi, vengono considerati nella accezione negativa di derivati da rifiuti”.

 Avviso di trasparenza:

i contenuti di questo post sono legati a collaborazione commerciale.

Le aziende e i prodotti con cui è stato realizzato, sono selezionati in coerenza con i miei gusti e valori.

Tessa Gelisio

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