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Home»Punto di vista»Microplastiche, il vento le trasporta anche nelle acque più remote
Punto di vista

Microplastiche, il vento le trasporta anche nelle acque più remote

Un nuovo studio ha rivelato che le microplastiche vengono trasportate dal vento in parti remote dell'oceano, anche quelle che si ritenevano al sicuro da questo tipo di inquinamento.
Tessa GelisioDi Tessa Gelisio12 Marzo 20213 min lettura
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Un nuovo studio ha rivelato che le microplastiche vengono trasportate dal vento in parti remote dell’oceano, anche quelle che si ritenevano al sicuro da questo tipo di inquinamento.

La plastica è ormai ovunque, nei ghiacci artici, nella Fossa delle Marianne, all’interno di centinaia di specie marine e perfino nei nostri stomaci. Secondo uno studio pubblicato nel 2016 dalla fondazione Ellen MacArthur, nel 2050 nei mari del pianeta ci saranno più frammenti di plastica che pesci. Il problema principale è rappresentato dalle microplastiche, ovvero quei frammenti di plastica che hanno un diametro tra i 330 micrometri e i 5 millimetri.

Le microplastiche si formano dalla disgregazione di rifiuti plastici più grandi. Si stima che ogni anno almeno otto milioni di tonnellate di plastica finiscano nei mari e oceani di tutto il mondo. In acqua questi rifiuti, a causa di vari fattori, come il lavorio delle onde, gli agenti atmosferici, le alte temperature e l’effetto dei raggi ultravioletti, si frammentano sempre più, dando vita alle microplastiche.

Microplastiche recuperate in mare

Nessun luogo, neppure il più remoto e apparentemente inaccessibile, è al riparo da questo tipo di inquinamento. Uno studio condotto dal Weizmann institute of science ha infatti rivelato che questi minuscoli frammenti di plastica vengono trasportati dal vento e depositati in acque oceaniche ritenute incontaminate.

Le microplastiche, sostengono i ricercatori, possono restare in volo per giorni interi, ampliando a dismisura la capacità di danneggiare ulteriormente gli ecosistemi marini. Una volta in acqua, le microplastiche contaminano l’intera catena alimentare, dagli organismi più piccoli fino agli animali più grandi, per poi risalire fino all’uomo.

Bottiglia di plastica che galleggia nell’oceano

Uno studio pubblicato nel 2020 da un gruppo di ricercatori dell’università dello Utah, aveva anticipato il problema, riferendo che le microplastiche vengono trasportate nei parchi statunitensi dal vento, dalla pioggia e dai corsi d’acqua. Le microplastiche sarebbero dunque talmente piccole e leggere da essere trascinate dal vento nell’atmosfera e il loro ciclo, ha spiegato la ricercatrice che ha guidato lo studio, Janice Brahney, ricorda il ciclo globale dell’acqua, con fasi atmosferiche, oceaniche e terrestri.

Gli scienziati del Weizmann institute of science hanno navigato l’Oceano Atlantico settentrionale a bordo di una goletta per raccogliere frammenti di plastica, verificare l’effettivo stato di inquinamento di quel tratto di oceano e capire come si spostano le microplastiche. I ricercatori hanno rilevato alti livelli di plastica, in particolare polistirolo, polietilene e polipropilene, e hanno ipotizzato che le microplastiche entrino nell’atmosfera tramite le bolle che si formano sulla superficie marina o vengano raccolte dai venti e trasportate dalle correnti d’aria verso parti remote dell’oceano.

Le microplastiche sono state rinvenute in un’enorme varietà di animali marini, dagli anemoni di mare ai cetacei

I frammenti di plastica che ricadono in acqua dopo essere stati trasportati dal vento sarebbero perfino più dannosi. “Una volta che le microplastiche giungono nell’atmosfera – ha spiegato uno degli autori dello studio – si seccano e sono esposte ai raggi ultravioletti e a componenti atmosferici con cui interagiscono chimicamente. È quindi probabile che le particelle che ricadono nell’oceano siano ancora più dannose o tossiche di prima per gli organismi marini”.

La reale quantità di microplastica presente negli oceani e nell’atmosfera è ancora sconosciuta, ma è verosimilmente maggiore di quanto non rivelino le misurazioni condotte finora, anche perché ci sono particelle talmente piccole da sfuggire alle rilevazioni.

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