
Un nuovo rapporto scientifico ha documentato quanto le microplastiche siano presenti nella vita quotidiana, identificando fonti di esposizione finora trascurate o del tutto ignorate. Il documento, commissionato dall’organizzazione no profit olandese Plastic Soup Foundation, si basa sull’analisi di oltre 350 studi scientifici sottoposti a peer review. Il quadro emerso non è confortante: anche il latte artificiale, i reparti ospedalieri neonatali e le pareti di casa rientrano tra i principali vettori di contaminazione.
Il report, intitolato Exploring Everyday Microplastic Exposures, non analizza gli effetti diretti delle microplastiche sulla salute, ma si concentra sulle vie di esposizione esterna, ovvero su come e dove queste particelle entrano in contatto con il corpo umano ogni giorno.
Le microplastiche sono frammenti millimetrici di plastica che si formano dalla degradazione di materiali plastici più grandi. Sono state rinvenute ovunque: nell’acqua in bottiglia, nelle feci dei mammiferi, perfino sulle vette himalayane e nell’aria che si respira.
Uno dei dati più preoccupanti emersi dal rapporto riguarda i neonati prematuri ricoverati in terapia intensiva. Quelli che ricevono nutrizione per via endovenosa possono assumere fino a 115 particelle di microplastica in sole 72 ore, a causa dei circuiti in plastica utilizzati per la somministrazione. Il rischio si estende anche al di fuori dell’ospedale, visto che il latte artificiale può contenere livelli significativi di queste particelle, a seconda del tipo di confezionamento e delle modalità di preparazione.
Nemmeno le sale operatorie sono al sicuro dalla contaminazione: appaiono, anzi, come ambienti ad alta concentrazione di microplastiche, con picchi di diecimila particelle per metro quadrato nel corso di un singolo turno di lavoro. A essere coinvolti sono soprattutto i cateteri cardiaci, gli impianti ortopedici, le protesi in silicone e le sacche per la flebo: dispositivi che rilasciano frammenti polimerici direttamente nel corpo dei pazienti.
In ambito domestico, poi, i bambini sono i più vulnerabili all’esposizione alle microplastiche, poiché trascorrono più tempo a contatto con la polvere depositata sul pavimento. Inoltre, i mattoncini da costruzione e i tappetini per il gioco disperdono nell’aria particelle di PET, PVC e polipropilene. Non solo: la vernice da parete, composta in larga parte da leganti plastici, può contenere un numero elevatissimo di particelle polimeriche che si liberano nel tempo, soprattutto durante interventi di ristrutturazione.

Ciò che emerge nitidamente dal report condotto dalla dottoressa Heather A. Leslie, tra le autrici del primo studio che rilevò la presenza di microplastiche nel sangue umano, è che l’inquinamento da plastica non riguarda solo mari e spiagge. I dati raccolti mostrano invece che gli ambienti in cui si vive quotidianamente sono essi stessi generatori di microplastiche, con l’aggravante di un’esposizione costante e spesso inconsapevole.
Il rapporto richiama infine l’attenzione anche su possibili scenari futuri legati alla geoingegneria solare, l’insieme di tecnologie studiate per ridurre il riscaldamento globale riflettendo parte della radiazione solare. Tra le ipotesi al vaglio della ricerca c’è l’iniezione di aerosol nella stratosfera: l’eventuale utilizzo di materiali polimerici o sintetici potrebbe rappresentare una nuova fonte di contaminazione da microplastiche nell’atmosfera, ancora difficile da stimare con precisione. Si tratta di uno scenario teorico, ma che va comunque tenuto in considerazione, soprattutto perché tracce di microplastiche sono già state rilevate nella pioggia e nell’aria, derivanti dall’usura degli pneumatici e dalle fibre tessili sintetiche.