
Il picloram, erbicida comune, usato con regolarità nelle pratiche agricole, potrebbe avere un ruolo nell’aumento dei tumori al colon-retto nei pazienti sotto i cinquant’anni. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Medicine da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Oncologia Vall d’Hebron di Barcellona, guidati dall’oncologo Jose A. Seoane. Dei dati emersi dallo studio, quello più sorprendente è che questa sostanza non è mai stata classificata come cancerogena, e la sua circolazione nei prodotti alimentari è iniziata decenni fa.
Cos’è il picloram? Si tratta di un erbicida sistemico utilizzato per eliminare piante infestanti a foglia larga, arbusti ed essenze legnose. Ampiamente applicato nei pascoli, lungo le strade, nelle aree ferroviarie o nei siti industriali, il picloram è molto meno conosciuto del glifosato, la cui tossicità è nota e documentata. Ora, grazie alla ricerca spagnola, le cose potrebbero cambiare.
A muovere gli autori dello studio è stata una domanda: perché i tumori al colon-retto stanno calando tra la popolazione anziana ma continuano ad aumentare tra chi ha meno di cinquant’anni? Il team di Seoane ha costruito dei punteggi di rischio basati sulla metilazione del DNA, ovvero le tracce molecolari, dette “impronte epigenetiche”, che le esposizioni ambientali e i comportamenti lasciano sui tessuti senza modificare il codice genetico in senso stretto. Questi elementi hanno permesso di aggirare il principale ostacolo della ricerca sulle esposizioni ambientali: la quasi totale assenza di dati diretti nei campioni oncologici disponibili.
Il punto di partenza sono stati 31 pazienti con diagnosi di tumore in età giovane e 100 con diagnosi in età avanzata. Confrontando le rispettive impronte molecolari sui tessuti, è emerso un dato ricorrente: nei pazienti più giovani, i segni di una pregressa esposizione al picloram comparivano con una frequenza anomala, troppo alta per essere casuale. Per verificare che non si trattasse di un risultato isolato, i ricercatori hanno poi ripetuto l’analisi su nove gruppi di pazienti diversi, arrivando a un totale di 83 casi precoci e 272 tardivi. L’associazione ha retto anche tenendo conto di variabili che avrebbero potuto falsare i risultati, come il sesso o alcune caratteristiche biologiche del tumore stesso.

A rafforzare ulteriormente le conclusioni è arrivata un’analisi su scala geografica, condotta su dati relativi a 94 contee statunitensi nell’arco di vent’anni. L’intensità d’uso del picloram in quelle aree è risultata correlata all’incidenza locale dei tumori precoci al colon-retto, e tale correlazione ha retto anche dopo i controlli per i fattori socioeconomici e per l’impiego di altri pesticidi, inclusi il glifosato e l’atrazina.
Ma la ricerca dell’Istituto di Oncologia Vall d’Hebron di Barcellona non si ferma alla statistica. Gli autori hanno indagato il meccanismo biologico attraverso cui il picloram potrebbe favorire lo sviluppo tumorale, e hanno scoperto che la sostanza non agisce mutando il DNA, ma attivando percorsi oncogenici alternativi. In sostanza, il picloram altera la lettura del DNA, modificando il comportamento di alcuni geni coinvolti nella crescita e nella proliferazione cellulare, con effetti che potrebbero favorire lo sviluppo dei tumori.
Una distinzione che ha implicazioni potenzialmente dirompenti. I sistemi di valutazione oggi in uso per autorizzare l’immissione in commercio dei pesticidi, infatti, si concentrano quasi esclusivamente sulla capacità di indurre mutazioni genetiche, ignorando di fatto i meccanismi epigenetici, ossia quei processi che possono influenzare il modo in cui alcune cellule si comportano, crescono o si replicano, senza alterare direttamente il DNA. Se confermata da studi longitudinali e sperimentali, questa evidenza potrebbe imporre una revisione profonda dei criteri con cui le autorità regolatorie giudicano la sicurezza delle sostanze agricole.
Il picloram è stato autorizzato negli Stati Uniti per la prima volta nel 1964. Ciò significa che i pazienti oggi under-50 vi sono stati esposti per tutta l’infanzia, attraverso residui presenti nei cereali e nei prodotti derivati dalla carne, mentre la generazione più anziana non ha subito un’esposizione prolungata fin dall’età precoce. Una differenza generazionale che, secondo i ricercatori, potrebbe spiegare in parte il divario nei tassi di incidenza tra giovani e anziani.