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Xylella

Tra vecchie e nuove scoperte, ecco il punto della situazione

Correva l’anno 2013 quando in Italia si iniziò a parlare di Xylella, il batterio killer che fece la sua comparsa in Puglia, in particolare nel Salento, interessando un’area di circa 350mila ettari di superficie, causando il disseccamento e quindi la rapida morte di milioni di piante di olivo, con enormi danni al settore olivicolo-oleario. Quando emerse il problema lo scenario era questo: gli ulivi si ammalavano, si seccavano e poi morivano, fenomeno imputabile al Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo (CoDiRo), patologia che vedeva tra le principali cause proprio la Xylella fastidiosa, un batterio fino a quel momento sconosciuto in Europa, ma che aveva già fatto enormi danni negli Stati Uniti e in Sudamerica.

La Xylella fastidiosa colpisce decine di varietà di piante, fra cui oleandri, viti e ovviamente gli ulivi. Viene trasportato da un albero all’altro da un insetto dal nome infelice, la “mosca sputacchina”. Una volta penetrato nella pianta, il batterio si riproduce e crea delle ostruzioni nei vasi linfatici. Compaiono i primi ciuffi di foglie arse, si estendono, e in un tempo piuttosto breve – molto breve rispetto alla vita media di un ulivo – la pianta muore soffocata. Come per tutte le specie aliene, si sospetta sia arrivata tramite alcune piante ornamentali di caffè importate dalla Costa Rica, ma anche questo non è del tutto certo. Fatto sta che nel 2013 la diffusione del batterio era evidente intorno a Gallipoli, che nel 2015 è stato dichiarato lo stato di calamità e approvato un piano di contenimento molto doloroso: eradicare le piante colpite per evitare nuovi contagi. Nell’arco di otto anni l’epidemia del CoDiRO si è espansa e, nonostante l’applicazione di misure di eradicazione, nel 2020 circa 6 milioni di alberi di olivo hanno mostrato sintomi di disseccamento totale o parziale, su un’area di 350mila ettari, principalmente nella provincia di Lecce e più a nord verso le province di Brindisi, Taranto e Bari. 

Insomma, sul banco degli imputati, almeno da quel fatidico 2013, è stata messa la Xylella fastidiosa, come unica causa del disastro di migliaia di ulivi, ma forse, in quest’analisi orientata a trovare un colpevole, qualcosa è stato trascurato.

Infatti, a un gruppo di ricercatori indipendenti, composto da biologi, chimici, docenti universitari ed esperti del settore, questa tesi non ha mai convinto del tutto, perché ritenuta troppo semplicistica e priva di un’analisi approfondita su tutta una serie di fattori geografici e ambientali, proprie della zona di maggior diffusione, che potrebbero aver contribuito alla diffusione di questo patogeno. Stiamo parlando di dissesto idrogeologico, di salinizzazione delle acque, di desertificazione, terreni poveri di sostanza organica, uso scellerato di pesticidi e diserbanti e per ultimo, ma non di certo per importanza, di una pessima gestione dei terreni e delle piante da parte degli agricoltori. 

Negli anni il gruppo di ricercatori è diventato un vero e proprio Comitato scientifico multidisciplinare indipendente, che ha esaminato e comparato numerosi documenti, ricerche e studi a livello agronomico, chimico, idrogeologico e antropico per portare l’indagine su un terreno propriamente scientifico e comprovato da dati. Il quadro emerso è a dir poco drammatico: il disseccamento degli ulivi è il sintomo di agonia di una terra che sta morendo e la Xylella sta dando solo il colpo di grazia.

In una recente pubblicazione, il gruppo di ricercatori ha fatto il punto della situazione portando alla luce tutta una serie di criticità ambientali che hanno devastato il paesaggio agricolo e soprattutto gli uliveti salentini. Tra i primi fattori analizzati c’è il degrado del suolo causato sia da fenomeni naturali come l’erosione, l’inquinamento e la diminuzione della sostanza organica (il cibo di cui si nutre la pianta). Basti pensare che attualmente l’84% dei suoli agricoli nell’Europa centrale e meridionale è al di sotto della soglia del 3,5% di materia organica, in Italia la media è del 2%, mentre in Puglia, nell’area del CoDiRO, è tra lo 0,8 – 1,3% circa. Ma anche per mano dell’uomo grazie a un uso indiscriminato di pesticidi e diserbanti, che negli anni hanno rilasciato sostanze tossiche (nitriti, ferro, manganese, ammonio, cloruri e solfati) nelle falde acquifere, oltre alla grandissima presenza di terreni abbandonati e piante non curate adeguatamente. Un altro elemento determinante che, secondo il Comitato, ha contribuito al disseccamento degli ulivi salentini c’è sicuramente la salinizzazione delle acque, causata dai tantissimi pozzi artesiani abusivi che hanno “pompato” acqua salata in superficie, fino alle piante. L’incontrollato emungimento ha determinato la completa salinizzazione delle falde acquifere che sta portando buona parte dei territori ad accelerare i processi di desertificazione, un fenomeno a cui, per questioni di latitudine, la penisola salentina è destinata. E infine ci sono i cambiamenti climatici che da anni stanno favorendo la presenza di sempre nuovi agenti patogeni. L’intento dei ricercatori non è quello di negare la presenza della Xylella, ma piuttosto di dimostrare che questo batterio agisca in via concausale, approfittando della vulnerabilità delle piante e dei terreni. Questo non esclude che il batterio sia fastidioso e che in alcuni casi esplichi il suo meccanismo d’azione, disseccando l’albero, ma è altrettanto vero che se l’albero vive in terreni già compromessi, il batterio troverà un ambiente più facile da attaccare. 

Quello che ci è stato raccontato in tutti questi anni è che l’unica soluzione per debellare la Xylella è l’eradicazione degli alberi malati, ma farlo in un territorio come quello pugliese che conta oltre 65 milioni di ulivi non è sicuramente la soluzione ideale, altrettanto impossibile sarebbe eliminare totalmente i vettori che diffondono il contagio, soprattutto attraverso l’utilizzo di fitofarmaci. Però alcune soluzioni alternative stanno funzionando: molti produttori salentini hanno deciso di far convivere nel modo migliore la pianta e l’ospite indesiderato utilizzando trattamenti a base organica o consorzi microbiotici che, oltre a rivitalizzare i terreni, ripristinano l’equilibro naturale tra microrganismi buoni e quelli cattivi, associando buone pratiche agricole mediante arature dolci e regolari, potature frequenti, rimozione di erbe infestanti. Tale protocollo, sicuramente più laborioso, ha consentito di rallentare la malattia evitando tagli indiscriminati, di ricominciare a raccogliere le olive e produrre olio di buona qualità. In sostanza, è arrivato il momento di prendersi cura del malato, non solo della malattia, ovvero del territorio, compreso l’ulivo.  

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