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Home»Punto di vista»Seaspiracy: il lato oscuro dell’industria della pesca
Punto di vista

Seaspiracy: il lato oscuro dell’industria della pesca

La distruzione degli oceani, l’impatto della pesca e le certificazioni ecofake: le rivelazioni choc nel documentario Seaspiracy su Netflix.
Tessa GelisioDi Tessa Gelisio1 Ottobre 20225 min lettura
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La distruzione degli oceani, l’impatto della pesca e le certificazioni ecofake: le rivelazioni choc nel documentario Seaspiracy su Netflix.

Fonte: Netflix

Possiamo vivere senza gli oceani? La risposta più immediata è certamente un convinto NO, ma allora dobbiamo chiederci perché li stiamo distruggendo. È la difficile domanda alla quale cerca di dare una risposta il regista inglese Ali Tabrizi nel suo ultimo documentario Seaspiracy, disponibile su Netflix.

Da sempre appassionato di ambiente – in particolare di ecosistemi marini – il giovane filmmaker sceglie il giornalismo d’inchiesta per raccontare le ragioni economiche e politiche che stanno portando alla distruzione degli oceani e soprattutto svela il lato oscuro dell’industria della pesca.

Rivelazioni sconvolgenti che hanno naturalmente scatenato una marea di polemiche, non solo tra negazionisti e antropocentrici, ma anche e soprattutto da parte delle grandi multinazionali che gestiscono e promuovono lo sfruttamento intensivo delle risorse marine nel mondo.

Alleati indispensabili per la nostra sopravvivenza, gli oceani occupano il 70% del pianeta e producono la metà dell’ossigeno che respiriamo, e non solo. Le enormi distese d’acqua della Terra ospitano l’80% della vita e assorbono circa un terzo delle emissioni di CO2 prodotte dall’uomo. Offrono servizi ecosistemici essenziali e cruciali per il mantenimento dell’equilibrio climatico globale. Sono, inoltre, proprio gli oceani a garantire il sostentamento di milioni di persone a tutte le latitudini attraverso il prelievo di specie ittiche per scopi commerciali.

Oceani salvavita

Nonostante la risorsa ittica non sia infinita – e questo ormai lo abbiamo capito! – l’impatto antropico dovuto all’eccessivo sfruttamento dei mari e alle pratiche di pesca intensiva e illegale sta trasformando questi delicati ecosistemi, un tempo brulicanti di vita, in silenziosi deserti sommersi.

Secondo la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, quasi un terzo degli stock di pesce viene prelevato “a ritmi biologicamente insostenibili”. Uno sfruttamento smodato e dissennato, che ha portato al collasso dal 1950 ad oggi il 29% delle specie ittiche commerciali. 

Ma non solo. A causa dell’utilizzo di tecniche di cattura non selettive, l’uomo ha sterminato, ogni anno, 650 mila specie marine protette tra balene, tartarughe, foche e delfini, questi ultimi spesso massacrati dai pescatori unicamente perchè considerati competitori nella pesca. Li chiamano “danni collaterali”, liquidando il problema con una dicitura asettica che svela la poca volontà di risolvere il problema.

Pesce sicuro e sostenibile?

Parliamo tanto di conservazione ambientale e sostenibilità, ma sappiamo davvero cosa si nasconde dietro alle certificazioni che garantiscono la tutela degli ecosistemi acquatici?

È forse l’aspetto più sconcertante che emerge dall’inchiesta di Seaspiracy dove, grazie ad approfondite ricerche, viene portato alla luce un fatto allarmante: molte organizzazioni che dovrebbero proteggere gli oceani e promuovere la pesca sostenibile agiscono, invece, in modo troppo superficiale o addirittura omertoso e connivente con le multinazionali e le istituzioni.

Sono tanti, infatti, i dubbi che emergono in merito alla reale sostenibilità delle certificazioni green come, ad esempio, il bollino Dolphin Safe – associato all’International Marine Mammal Project (IMMP) in collaborazione con l’Earth Island Institute – che dovrebbe assicurare la piena incolumità dei delfini durante le operazioni di cattura dei tonni e, invece, viene accusato di non applicare controlli sufficientemente rigidi e severi.

Immediata la replica dei responsabili del progetto, che accusano Seaspiracy di aver dato una rappresentazione fuorviante e dichiarano che i tassi di uccisioni nelle popolazioni globali di delfini si sono ridotti del 95% proprio grazie alle pratiche sostenibili garantite dal marchio “salva delfino”.

Ampiamente bocciato anche l’operato del Marine Stewardship Council, organizzazione no profit internazionale che promuove un mercato ittico sostenibile e sensibilizza le persone sull’importanza di acquistare prodotti con il famoso marchio blu MSC. Una certificazione che sarebbe, invece, poco credibile e per nulla trasparente secondo l’inchiesta di Seaspiracy, proprio perchè non esisterebbe un reale controllo capillare sulle metodologie cosiddette sostenibili praticate da molte aziende di pesca.  

Pesci in batteria

Con grande lucidità, Seaspiracy ci porta a scoprire come sono veramente gestiti gli allevamenti di pesci, spesso superficialmente considerati un’alternativa sostenibile alla pesca, ma in verità poco diversi dagli stabilimenti stipati di polli in batteria. 

Stretti e costretti a migliaia in enormi vasche, i pesci di allevamento sono spesso malati, “bombardati” di antibiotici e ipernutriti con mangimi a base di cereali e proteine animali, ingredienti estranei alla loro alimentazione naturale, ricchi di Ogm e prodotti con un altissimo impatto ambientale. Ma non solo: gli allevamenti producono enormi quantità di liquami che avvelenano le aree marine circostanti, con effetti estremamente nocivi per gli ecosistemi acquatici.  

Seaspiracy: informazioni non sempre corrette

Vanno adeguatamente segnalate anche alcune imprecisioni scientifiche presenti nel documentario, che certamente non sono sfuggite agli spettatori più preparati. Una su tutte, la sconvolgente previsione relativa al completo esaurimento delle popolazioni ittiche mondali entro il 2048. Un dato confutato dallo stesso autore dello studio, realizzato nel 2006 e non più scientificamente valido. 

Nonostante le imprecisioni concordo pienamente con quanto afferma il Professor Callum Roberts, celebre studioso di ecosistemi marini presso l’Università di Exeter: “Il documentario non intende apportare alcun contributo scientifico, ma solo lanciare un allarme rispetto alla disastrosa situazione degli oceani e ai devastanti danni provocati dalle attività umane. Che importanza ha se la fine della vita nei mari avverrà entro il 2048 o il 2079? La domanda vera è: stiamo andando nella giusta direzione per proteggere il patrimonio marino?”

La pesca moderna rappresenta una delle più pericolose minacce alla sopravvivenza della vita marina e il tema – ampio e tortuoso – meritava assolutamente di essere affrontato e portato all’attenzione del grande pubblico.

Perché il futuro dei mari dipende anche da noi e dalle nostre piccole scelte quotidiane. Abbiamo il dovere di essere consumatori informati e responsabili se vogliamo davvero salvare il Pianeta Azzurro.

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