
Erano circa le 22 di una tranquilla domenica di primavera, quando una passante ha trovato in pieno centro storico a Reggio Emilia una colomba bianca incapace di volare. Il volatile, visibilmente in difficoltà, era stato quasi certamente liberato durante un matrimonio o una cerimonia nelle ore precedenti. Immediatamente allertato, il personale dell’Ente Nazionale Protezione Animali lo ha soccorso e lo ha ribattezzato Gigia. La colomba è stata recuperata e affidata a un volontario dell’associazione che si prenderà cura di lei, in attesa di trasferirsi proprio dalla cittadina che l’ha salvata. Un lieto fine, dunque, per una vicenda che però evidenzia una problematica molto ampia e complessa, che l’ENPA denuncia da anni senza sosta: il maltrattamento di animali nelle cerimonie.
Il caso delle colombe è emblematico, ma non isolato. Questi uccelli crescono e vengono allevati interamente dall’essere umano: non hanno mai dovuto procurarsi il cibo da soli, ignorano i pericoli dell’ambiente urbano e, una volta liberate, perdono completamente l’orientamento. Quello che agli occhi degli sposi appare come un gesto romantico si rivela, per i volatili, un’esperienza traumatica. Disorientate e senza punti di riferimento, molte colombe muoiono di stenti nel giro di poche ore, o diventano facile preda di altri animali.

Ma le colombe non sono le uniche vittime di questa tradizione. Le farfalle liberate durante le feste condividono lo stesso destino, così come i cavalli costretti a trainare carrozze nel traffico cittadino o sotto il sole estivo per intrattenere gli invitati. In tutti questi casi, denuncia l’ENPA, gli animali vengono ridotti a semplice ornamento: privati del loro benessere per un effetto che dura appena qualche minuto.
L’associazione si rivolge ai Comuni italiani, chiedendo l’adozione di ordinanze specifiche che vietino queste pratiche. Alcune amministrazioni si sono già mosse in questa direzione, introducendo restrizioni al volo delle colombe durante gli eventi pubblici e privati. La speranza per ENPA è che l’esempio venga seguito su tutto il territorio nazionale.
Sul piano giuridico, la questione è tutt’altro che secondaria. Il Codice Penale italiano, con l’articolo 544-ter introdotto dalla Legge n. 189 del 2004, punisce chiunque, per crudeltà o senza necessità, causi sofferenze a un animale o lo sottoponga a comportamenti incompatibili con le sue caratteristiche etologiche. La pena prevista va dalla reclusione da sei mesi a due anni a una multa fino a 30.000 euro. Per configurare il reato non è necessaria una lesione fisica visibile: è sufficiente dimostrare che l’animale abbia patito una sofferenza reale, anche di natura comportamentale o ambientale. Quando dal maltrattamento deriva la morte dell’animale, entra in gioco anche l’articolo 544-bis, che disciplina il reato di uccisione di animali.
Nonostante questo quadro normativo, le cerimonie continuano ad avvalersi di animali vivi nel silenzio generale. Spesso alla base della scelta c’è solo mancanza di informazione: da parte di chi organizza, di chi propone il servizio, di chi lo accetta senza farsi troppe domande. Un matrimonio resta un giorno felice. Per l’animale liberato in quell’occasione, spesso no.