Punto di vista

Allevamenti intensivi: cosa non sappiamo della carne che arriva nei nostri piatti?

Nel mondo sono circa 70 miliardi gli animali allevati per la nostra alimentazione, ed oltre i 2/3 di essi vengono tenuti in allevamenti intensivi. L’opinione pubblica si scandalizzata sempre di più difronte alle illegalità compiute in queste strutture, le quali vengono segnalate e denunciate dalle associazioni e si manifestano come veri e propri atti di tortura. 

Quello che però purtroppo scandalizza meno è ciò che invece è permesso dalla legge. Se nel primo caso siamo nel campo dell’illegalità, nel secondo caso la realtà rappresenta il legale ciò che è effettivamente permesso. Le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi a norma di legge sono nella maggior parte dei casi aberranti. 

Per provare a far chiarezza su questa situazione così spinosa e capire cosa succede negli allevamenti intensivi, qualche settimana fa, durante una mia diretta Instagram che trovate qui, ho avuto come gradita ospite Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus (Compassion in World Farming), un’associazione che da oltre 50 anni lavora per porre fine agli allevamenti intensivi, promuovendo allo stesso tempo metodi di allevamento rispettosi del benessere  e della dignità degli animali.

Quanti tipi di allevamenti esistono e quali sono le principali caratteristiche 

Partiamo dall’inizio, e vediamo insieme quante tipologie di allevamento esistono e in cosa si differenziano. 

Abbiamo il già citato allevamento intensivol’allevamento estensivo ed infine l’allevamento biologico. Le procedure intensive di allevamento sono l’insieme di pratiche in cui il lavoro ed il capitale sono spesi per massimizzazre la produzione (carne, latte o uova), a dispetto del benessere e delle condizioni generali degli animali e dell’ambiente. 

Allevamenti intensivi

Gli allevamenti intensivi sono caratterizzati da spazi ridotti, sempre al chiuso, pratiche di mutilazione, mancanza di espressione dei comportamenti naturali delle specie, nonché alimentazione concentrata per il bestiame e ampio ricorso a farmaci, tra cui antibiotici.

Allevamento estensivo

Per allevamento estensivo si può intendere sia un allevamento al coperto che all’aperto. In entrambi i casi invece si intende un minore numero di animali e se al coperto con  oggetti di arricchimento ambientale.

Allevamento biologico

Infine abbiamo l’allevamento biologico, quello che mira maggiormente a salvaguardare il benessere dell’animale, soprattutto il rispetto della sua etologia, e prevede  la possibilità di pascolare  all’aria aperta. Nel bio, il cibo deve essere assolutamente no-OGM e almeno il 50% deve provenire da fonti biologiche, ed infine è vietato ogni ricorso a vitamine, farmaci e antibiotici, pratica consueta nel caso degli allevamenti intensivi. Quando l’animale si ammala sono permessi solo farmaci omeopatici, il ricorso ai metodi chimici tradizionali è previsto solo se le prime terapie non abbiano sortito effetto, ma l’animale viene allontanato dalla selezione biologica e diventa animale “da allevamento tradizionale”. 

Una delle maggiori critiche che viene mossa agli alimenti biologici è che essi costano, nel caso delle proteine animali, da 3 a 4 volte in più di quelle convenzionali e questo dovrebbe già rappresentare un campanello d’allarme rispetto a quella che costa molto poco. Come si risolve? Mangiandone meno e mangiandola di maggiore qualità.

Le nozioni di “estensività” o “intensità” rimangono tuttavia relative. I testi giuridici definiscono l’agricoltura intensiva come “agricoltura che consuma più fattori di produzione per unità di superficie”, nessun criterio specifico definisce questo “più” e questo “meno”: sono quindi modelli, e non specifiche legali o certificazioni, come nel caso del biologico. Inoltre, la produzione di latte da allevamento estensivo non è necessariamente biologica, ma il latte biologico proviene sempre da allevamento estensivo.

allevamenti intensivi

Allevamenti intensivi e condizioni di vita degli animali

Partiamo da un assunto: l’allevamento intensivo è consentito dalla legge, non esiste una norma che ne vieta il ricorso, ci sono delle leggi che vietano solo delle specifiche pratiche, e solo per alcune specie.

Il sistema intensivo considera gli animali come delle macchine di produzione, quindi cerca di concentrare più animali possibili in meno spazio possibile e soprattutto con meno costi possibili. Gli animali vengono tenuti in enormi capannoni o in recinti molto stretti, spesso in gabbie, gli viene privata la possibilità di vedere il sole, di toccare un filo d’erba e vengono sottoposti a mutilazioni effettuate senza anestesia, per evitare la competizione sullo spazio e sul cibo; sono ridotti a vivere così tutta la vita. Voglio sottolineare che queste pratiche sono assolutamente legali e permesse per legge

Cattive condizioni di vita e igieniche del bestiame

Gli allevamenti intensivi sono molto discussi perché ritenuti crudeli verso gli animali, poiché, date le condizioni estreme in cui versano gli animali, comportano l’uso di farmaci, come somministrazioni di massa di antibiotici e un eccessivo affollamento in uno spazio ridotto (elevata densità di allevamento). Il risultato è solitamentepessime condizioni di vita e igiene per gli animali. Mantenere in vita gli animali al di sopra delle loro capacità fisiologiche tramite farmaci ha un costo, e a pagarlo è anche la collettività, se pensiamo alla diffusione del fenomeno dell’antibiotico resistenza, che causa purtroppo migliaia di vittime tra le persone ogni anno. 

Allevamenti intensivi senza antibiotici

Quella del ricorso ai farmaci negli allevamenti intensivi è un altro nervo scoperto: i dati parlano chiaro, in Italia il 70% degli antibiotici venduto è usato negli allevamenti

Recentemente si è insinuata nei consumatori l’idea che somministrando l’antibiotico all’animale, noi mangiando la sua carne assumiamo l’antibiotico e sviluppiamo così antibiotico resistenza. Tuttavia questo è un luogo comune da scardinare, tra il momento della cura dell’animale e quello della sua macellazione c’è il cosiddetto tempo di sospensione. Il rischio vero è un altro, cioè la possibilità che si sviluppino dei batteri antibiotico resistenti negli allevamenti in cui vengono utilizzati dose massicce di antibiotici. Questo è un rischio vero perché se si sviluppa un batterio resistente in un allevamento e da lì si diffonde all’esterno (tramite le ventole di areazione, gli addetti, il trasporto o il contatto con la carcassa dell’animale) è un problema per tutta la collettività.   

Da qualche anno è in voga nel nostro paese l’etichetta antibiotic-free o “senza antibiotici”: con il sistema di allevamento attuale, per le condizioni di vita degli animali, non sottoporli a trattamenti farmacologici è impossibile. L’idea di un antibiotic-free è un’utopia perché gli animali vanno curati se si ammalano, anche se ovviamente gli antibiotici non vanno usati in maniera di massa e per uso preventivo. 

Peraltro antibiotic-free non significa che non siano stati somministrati agli animali altri farmaci. Inoltre la dicitura “senza antibiotici” non offre la garanzia che gli animali siano allevati con più benessere animale, a meno che non sia chiaramente indicato in etichetta. In assenza di specifiche, è anzi molto probabile che i prodotti antibiotic-free provengano da allevamenti intensivi non diversi da tutti gli altri.

Garanzie di maggiore benessere animale possono arrivare solo da prodotti in cui siano chiaramente dichiarati i miglioramenti degli allevamenti, come nei sistemi all’aperto o biologici. 

L’allevamento intensivo sembra conveniente, ma i suoi costi nascosti sono altissimi.. Quando compriamo della carne chiediamoci che vita hanno vissuto gli animali prima. Mangiamo meno e mangiamo meglio!

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