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Home»EcoNews»Dal Caracara di Darwin al topo selvatico: la catena che ha innescato l’Hantavirus
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Dal Caracara di Darwin al topo selvatico: la catena che ha innescato l’Hantavirus

Il focolaio di hantavirus sulla MV Hondius sarebbe nato da un roditore delle Ande, il colilargo, presente nella discarica che ha attirato il paziente zero.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino12 Maggio 20263 min lettura
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Un topolino selvatico
Pexels

Un roditore selvatico avrebbe innescato il focolaio di hantavirus esploso a bordo della nave da crociera MV Hondius nello scorso aprile, costato la vita a tre persone e finito sotto osservazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si tratta del colilargo, un piccolo topo selvatico della Patagonia, che porta con sé la variante Andes del virus, quella che può passare da uomo a uomo, rilasciandola nell’ambiente attraverso urine, feci e saliva. In una discarica a cielo aperto nei pressi di Ushuaia, nella Terra del Fuoco argentina, quelle particelle erano sospese nell’aria quando ci è arrivato un ornitologo olandese. Lo aveva portato lì l’amore per l’osservazione degli uccelli e per un esemplare in particolare, il caracara di Darwin.

Il paziente zero è stato identificato nell’ornitologo olandese Leo Schilperoord, settantenne originario dei Paesi Bassi che, assieme alla moglie Mirjam, aveva intrapreso un viaggio di cinque mesi attraverso il Sudamerica arrivando in Argentina il 27 novembre 2025. Tra Patagonia, Cile e Uruguay, la coppia documentava fauna selvatica e inseguiva specie rare di uccelli. L’ultima tappa prima dell’imbarco sulla Hondius, il primo aprile, era stata proprio Ushuaia, dove avevano visitato una grande discarica a cielo aperto nota tra gli appassionati di birdwatching di tutto il mondo. A trascinarli lì era il desiderio di osservare il caracara di Darwin, le cui gesta erano state raccontate minuziosamente dallo scienziato durante il viaggio del Beagle nel 1833.

Pexels

Il caracara, nome scientifico Phalcoboenus australis, è un falconide dalle zampe arancioni che cammina sulle rocce, fruga tra i rifiuti, dove si ciba di carogne, uova, pulcini, insetti, e non mostra la minima diffidenza verso gli esseri umani. Proprio perché in costante ricerca di sostentamento, condivide gli stessi ambienti con i roditori che delle discariche sono ospiti permanenti. Il caracara non trasmette alcun virus, ma la sua presenza attrae le persone nei luoghi dove il vero pericolo si trova: tra i topi.

Quel roditore è appunto il colilargo, Oligoryzomys longicaudatus. Pesa meno di trenta grammi, ha una coda molto lunga, una vista notturna particolarmente acuta e vive tra Cile e Argentina meridionale. Questo animale porta con sé la variante Andes dell’hantavirus da generazioni, senza ammalarsi. Il virus circola durante i combattimenti e gli accoppiamenti tra i roditori e viene rilasciato nell’ambiente attraverso le deiezioni.

Le particelle patogene, sospese nell’aria in ambienti polverosi come le discariche, possono essere inalate da chi si trova nelle vicinanze senza alcun contatto con l’animale. Ed è proprio quello che, con ogni probabilità, è accaduto a Schilperoord. L’uomo ha iniziato ad accusare febbre, mal di testa e problemi intestinali pochi giorni dopo l’imbarco. L’11 aprile è morto a bordo per insufficienza respiratoria, seguito dalla moglie, deceduta il 24 aprile all’aeroporto di Johannesburg mentre tentava di raggiungere Amsterdam.  

La variante Andes, dunque, è l’unica forma di hantavirus per cui sia stato documentato il contagio interumano, seppur raro. Al momento della conclusione delle operazioni di rimpatrio, l’OMS contava sette casi confermati a bordo e due probabili, tra cui un cittadino britannico evacuato sull’isola di Tristan da Cunha.

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