
Il caso della nave da crociera MV Hondius ha riportato l’hantavirus sulle prime pagine di tutto il mondo. E con esso, una valanga di notizie allarmistiche sul presunto ruolo di cani e gatti nella trasmissione del contagio. Titoli spesso fuorvianti, che rischiano di seminare panico e, nei casi peggiori, di spingere all’abbandono degli animali domestici. Eppure la scienza è chiara: cani e gatti non trasmettono l’hantavirus all’uomo. Non esistono prove, non esistono casi documentati.
L’hantavirus è un gruppo di virus che si trasmette attraverso i roditori selvatici: topi, ratti, arvicole. Questi animali eliminano il patogeno con urine, feci e saliva, contaminando gli ambienti in cui vivono, senza mostrare alcun sintomo. Il contagio per l’essere umano avviene prevalentemente per via respiratoria, inalando le particelle microscopiche che si sollevano in ambienti chiusi e scarsamente ventilati, come cantine, soffitte, stalle, rifugi di montagna o edifici rurali abbandonati, come la discarica di Ushuaia dove con ogni probabilità la coppia olandese si è contagiata facendo birdwatching. Non è necessario toccare un roditore, né vederne uno: in certi contesti basta sollevare la polvere accumulata per anni.
In Europa le varianti del virus circolano principalmente nelle aree forestali del Nord e dell’Est del continente. In Italia i casi sono storicamente rari e il livello di rischio per la popolazione generale viene considerato basso, sebbene le autorità sanitarie mantengano una sorveglianza continua. Non esiste, allo stato attuale, alcuna emergenza in corso nel nostro Paese.
Cani e gatti, in questo scenario, non entrano in gioco come si potrebbe temere. Per essere chiari: non sono serbatoi del virus, non si infettano, non si ammalano e soprattutto non trasmettono l’hantavirus all’uomo. Su questo punto la comunità scientifica è unanime. Il loro ruolo, tuttavia, merita una riflessione più sfumata. Un gatto che caccia liberamente all’esterno o in ambienti agricoli può riportare in casa un roditore catturato, vivo o morto. Non porta il virus con sé, ma introduce fisicamente la potenziale fonte del contagio nello spazio domestico. È questa dinamica, e non l’animale in quanto tale, a rappresentare il passaggio critico. Il pericolo, in questi casi, emerge nel momento in cui si manipola l’animale o si entra in contatto con superfici contaminate, spesso senza rendersene conto.

La prevenzione, in questo caso, non riguarda i pet ma la gestione degli ambienti: areare regolarmente gli spazi chiusi, usare guanti e mascherine quando si ripuliscono zone a rischio, evitare di raccogliere a mani nude roditori trovati morti, sono tutti passaggi importanti. Anche perché un roditore selvatico, già contaminato, continua a rappresentare un rischio anche dopo la morte, poiché il virus persiste nell’ambiente per un certo periodo, soprattutto in condizioni di umidità e basse temperature.
Demonizzare cani e gatti sulla base di notizie incomplete o costruite per fare clic è non solo scientificamente scorretto, ma socialmente pericoloso. Il rischio reale, oggi, è la velocità con cui informazioni imprecise possono trasformarsi in ingiustificato paura collettiva.