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I detersivi in capsule inquinano di più di quelli in polvere


Tessa Gelisio, detersivo in capsule

Comode, predosate e facili da usare: le capsule di detersivo stanno diventando sempre più popolari, si tratti del cestello della lavatrice oppure del cassetto della lavastoviglie. Eppure, una maggiore praticità è spesso a svantaggio dall’ambiente: a causa della loro pellicola esterna, possono rilasciare grandi quantità di microplastiche, che finiscono prima negli scarichi, poi negli ambienti marini. Se si aggiungono anche dei processi produttivi più impattanti, il danno è presto fatto.

La composizione delle capsule di detersivo

Capsule di detersivo

In linea generale, le capsule di detersivo presentano una composizione non del tutto dissimile dalle comuni soluzioni in polvere. È il formato che cambia, così come la presenza di acqua.

Di norma, all’interno di una comune capsula da lavatrice sono presenti:

  • tensioattivi surfattanti, sia di tipo anionico come il LAS e non ionici quali gli alcoli etossilati. Nelle capsule raggiungono il 40-50% del peso totale, perché ultra-concentrati in assenza d’acqua, nei detersivi liquidi sono diluiti, mentre nelle polveri sono legati a filler inerti, come il solfato di sodio;
  • enzimi e sbiancanti, pensati per eliminare le macchie di proteine o grassi. Nelle capsule sono concentrati, affinché possano agire anche a freddo, mentre nel detersivo in polvere si fa spesso ricorso al percarbonato di sodio, perché più efficace alle alte temperature;
  • zeoliti e citrati per ammorbidire l’acqua dura, come ad esempio l’acido citrico, presenti in tutte le tipologie di detergente;
  • profumi, conservanti e additivi, di origine sintetica e spesso polimerici.

La vera differenza tra le capsule e le polveri è determinata dall’involucro plastico: realizzato in PVA, ovvero polivinil-alcol, è pensato per essere idrosolubile. In altre parole, si scioglie velocemente in acqua, lasciando quindi fuoriuscire il suo contenuto.

Dalla pellicola tante microplastiche

Detersivo in pods

Per quanto la pellicola in PVA sia stata originariamente progettata per dissolversi in acqua, e presentare un elevato grado di biodegradabilità, la ricerca sul campo ha evidenziato una realtà ben diversa dalle condizioni in laboratorio.

Sia in lavatrice che in lavastoviglie, il rivestimento della capsule non sembra essere in grado di dissolversi completamente, forse proprio per l’azione di alcune sostanze – quali, additivi e conservanti – presenti nei detersivi che contengono. Secondo uno studio dell’Arizona State University, di circa 17.200 tonnellate di PVA che ogni anno entrano negli impianti di scarico statunitensi, circa 8.000 non si degradano del tutto. Di queste:

  • il 15,7% finisce direttamente nelle acque superficiali;
  • il 61% nei fanghi di depurazione, che vengono poi sparsi sui terreni agricoli.

Ma da dove deriva questo problema? In lavatrice o in lavastoviglie, la pellicola esterna della capsula sembra effettivamente scomparire: al termine del lavaggio, è raro che se ne trovi traccia. Eppure, spesso:

  • si scompone in microplastiche più piccole, invisibili a occhio nudo;
  • gli impianti di depurazione cittadini non garantiscono le condizioni ideali per poterle eliminare del tutto, come ad esempio la permanenza in acqua ad alte temperature per molti giorni.

Va sottolineato che l’industria dei detersivi ha più volte contestato lo studio statunitense, sostenendo che le capsule si decompongano al 100% in acqua. Tuttavia altre ricerche hanno confermato la presenza di PVA da detersivi negli ambienti marini, sottolineando come in acqua salata le condizioni di degradazione siano addirittura più complesse, nonché potenziali danni alla fauna e alla flora acquatica.

Il grande impatto della produzione

Capsule di detersivo

Non è però tutto perché, a discapito degli slogan di marketing, le capsule hanno un impatto maggiore sia in produzione, che nell’intero ciclo di vita.

I produttori spesso presentano le capsule come “più ecologiche” perché, dato il formato ridotto predosato, comportano meno plastica rispetto a un flacone di detersivo liquido. Tuttavia:

  • la produzione della pellicola è enormemente più impattate della comune plastica, perché il monomero di partenza – l’acetato di vinile – richiede un processo di polimerizzazione che richiede notevole energia chimica e rilascia numerosi VOC;
  • le capsule devono essere distribuite in plastica rigida o in sacchetti plastificati, affinché non entrino in contatto con acqua e umidità, che le danneggerebbe;
  • il marketing fa il confronto solo con i flaconi, ma non con le scatole di polvere che, nella maggior parte dei casi, sono realizzate in cartone completamente riciclabile.

Oltre al greenwashing, parlano gli studi scientifici: recenti analisi LCA confermano che i formati in capsula generano un impatto maggiore in quasi tutte le categorie, dalla produzione allo smaltimento finale, rispetto alle bottiglie in HDPE e al cartone.

In definitiva, la comodità va ancora una volta a svantaggio dell’ambiente: per un bucato a basso impatto è meglio usare la classica polvere o, per la più alta sostenibilità possibile, i detergenti ecobio.

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