Punto di vista

Il mito del Vietnam, nuova frontiera della globalizzazione

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Un paese investito frontalmente dalla globalizzazione che sta lasciando se stesso alle spalle.

La Baia di Ha-Long,  in Vietnam, è considerata una delle otto meraviglie naturali del mondo, patrimonio dell’UNESCO dal 1994. Più di 3000 isole calcaree che il mare e il vento hanno scolpito in migliaia di anni emergono dal mare creando un arcipelago unico al mondo, vera meraviglia della natura, conosciuta da turisti di tutto il pianeta e amanti della natura.

Quando sono arrivata a Ha-Long ho vissuto una delle più cocenti delusioni della mia esperienza di viaggiatrice. Da lontano la baia sembra esattamente quella che ho sempre immaginato e visto su libri e siti. Basta avvicinarsi, arrivare al cospetto di questi meravigliosi pilastri di pietra e ci si trova di fronte a una tremenda realtà: il mare della baia non è altro che uno specchio d’acqua inquinatissimo e sporco, come mai forse ne ho visti in vita mia. Non si può fare il bagno, sembra acqua di fogna… Un trauma.

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Fiumi scaricano vicino alla baia veleni chimici e organici raccolti nel loro percorso attraverso chilometri di aree industrializzate dove migliaia di laboratori e fabbriche producono a basso costo e alto impatto ambientale abiti e oggetti che noi importiamo a cuor leggero.

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Centinaia di barche, da quando il Vietnam si è aperto al mondo, sono affluite nella baia conducendo lì migliaia e migliaia di visitatori ogni anno. Ed è così che la globalizzazione ha imposto la sua tremeda griffe su Ha-Long: plastica, olio, inquinamento organico stagnano nelle calme acque dell’arcipelago. In vietnamita “Ha-Long” significa “dove il Drago è sceso in mare”, e forse è anche scappato, scacciato da turisti e inquinamento, investito dalla modernità peggiore. I villaggi galleggianti dei pescatori oggi scaricano in mare con la stessa naturalezza di secoli fa i loro rifiuti. La differenza? A quelli organici, agli avanzi di frugali pasti a base di pesce e riso, al vimini si sono aggiunti plastica e carburante, batterie e motori vecchi, lenze di plastica e altre amenità. Nessuno qui ha avuto il tempo di capire e di adattare il proprio stile di vita alla nuova capacità di inquinare offerta dalla chimica e dalla globalizzazione dei consumi.

Ho passato una decina di giorni nel  Paese del Sud Est Asiatico che viene considerato ancora una meta “giovane” per il turismo mondiale. Già al mio arrivo ad Hanoi ho capito che il Vietnam, in realtà, è già entrato nel mondo a pie’ pari, anzi ci si è proprio tuffato di testa. Come Bangkok o Jakarta l’aria della capitale è assolutamente irrespirabile. migliaia gli abitanti della città formicolano per le vie a bordo di scooter, motorini e automobili in un caotico, fetente fiume di metallo smarmittante.

La fame di ossigeno è stata più forte della curiosità e mi ha spinto a bramare l’aria condizionata dell’albergo, in assoluta contraddizione con la mia indole. Forse non ho colto il fascino perverso di un paese che scopre il mondo come un eschimese in gita a New York. Il Vietnam dà l’aria di essere ubriaco di sviluppo, di andare di fretta.

Lontano dalla grande città, fuggendo verso le aree ancora forestate ho percorso il Mekong le cui rive sono in via di selvaggia cementificazione. Dell’affascinante e inquietante grande fiume di Apocalypse now non rimane nulla. La plastica è ovunque, abbandonata dove capita…

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Ma non c’è colpa. Almeno, io non riesco a farne una colpa ai vietnamiti. Noi occidentali non siamo migliori, abbiamo solo avuto la fortuna di avere più tempo per assimilare e capire i nostri errori (senza per altro riuscire a risolverli se non in piccola parte). Inoltre abbiamo delocalizzato qui la produzione di una quantità di beni spaventosa perchè qui si può produrre distruggendo, inquinando come da noi non è mai stato possibile. Non siamo forse colpevoli quando acquistiamo per pochi euro una maglietta made in Vietnam?

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Acqua, aria, terra sono stati colpiti a morte, deliberatamente sacrificati agli effetti collaterali del mondo sempre più piccolo e  affamato di consumi in cui viviamo…

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2 Comments

  • Reply
    Gian Piero Taricco
    13 Dicembre 2014 at 15:12

    Ciao! Leggo questo tuo interessante post dalla Thailandia.
    Condivido in pieno, al 100% quello che dici. Io ho deliberatamente “saltato” Bangkok per problemi di respirazione.
    Gli stessi problemi che mi hanno precluso possibilità di lavoro in alcune delle maggiori capitali asiatiche.
    Mi piacerebbe contattarti via email.
    Cordialmente.
    Gian Piero

    • Reply
      Tessa Gelisio
      20 Dicembre 2014 at 19:32

      Sono stata a Bangkok 20 anni fa e già l’aria era irrespirabile! Non immagino adesso…. Bacioni

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