Punto di vista

Nascere, vivere, morire in gabbia

La tremenda vita dei conigli in gabbia: perché non possiamo accettare l’esistenza degli allevamenti-lager 

 

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La carne di coniglio è una delle più apprezzate a livello globale. In tutto il mondo se ne allevano 1,2 miliardi. Il maggior produttore/consumatore di carne di coniglio al mondo è (e non stupisce) la Cina con quasi 500 milioni di capi, il 40% del totale. L’UE ne macella 330 milioni all’anno e l’Italia (questa sì che è una sorpresa) è il primo consumatore europeo di carne di coniglio, il secondo al mondo, con 175 milioni di animali allevati e macellati ogni anno. Nel mondo e nel nostro paese, il 99% dei conigli allevati, nasce, vive e muore in una gabbia lunga circa mezzo metro, larga una cinquantina di centimetri, alta circa 30 cm.  

Chi ha un coniglio domestico conosce l’indole di questi animali. Vivaci saltatori, gironzolano in continuazione alla ricerca di cibo, da piccoli giocano e corrono come tutti i cuccioli. Nella gabbia un coniglio non riesce nemmeno a stare ritto sulle zampe posteriori o a stendersi su un fianco per tutte le circa venti settimane della sua breve vita. Nella gabbia un coniglio è immobile, a ingrassare, a rovinarsi le zampe sul filo di ferro della rete metallica, a bere da un abbeveratoio a goccia, a non vedere mai la luce del sole, senza un riparo, senza nemmeno mai sdraiarsi… insomma, è come se fosse inscatolato: un parallelepipedo di carne e ossa che nel momento in cui nasce è destinato a vivere nell’attesa della macellazione. Gli animali stabulati a causa dello stress e del sovraffollamento spesso si ammalano e per questo vengono bombardati con cicli regolari di antibiotici. Le femmine da riproduzione (dette “fattrici”) vengono fecondate artificialmente mentre ancora devono svezzare i loro piccoli: un ciclo di produzione che non ha niente di naturale e sottopone gli animali a uno stress costante. Non stupisce quindi che il 30% dei conigli allevati muoia in gabbia a causa degli stenti.

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Questo non è accettabile per un ecocentrico come non dovrebbe esserlo per qualunque essere umano normale. Attenzione, non è un attacco acuto di animalismo: è solo buon senso. La carne di coniglio è buona, è salutare, sarebbe a basso impatto se paragonata a quella di manzo ma a queste condizioni è soltanto il prodotto di una mostruosità senza senso. Esistono infatti altre modalità di allevamento che terminano, ovviamente, con la macellazione ma almeno fino al sacrificio dell’animale offrono standard di vita accettabili se non buoni. E’ per questo che in questi mesi ho sposato la campagna di Compassion in World Farming (CIWF) Italia per la rivoluzione dell’allevamento dei conigli dicendo no alle gabbie (https://www.ciwf.it/campagne/end-the-cage-age-basta-animali-in-gabbia/).

In altri paesi come Austria e Belgio la rivoluzione è stata attuata senza che, sinceramente, i produttori ne abbiano troppo sofferto. In maggio il Senato italiano ha approvato diverse mozioni che impegnano il Governo a fare passi avanti nel migliorare la condizione degli allevamenti di conigli. Quindi si può fare e le alternative esistono.  In Belgio come risposta all’opinione pubblica avversa all’utilizzo delle gabbie di batteria è stato sviluppato il sistema “park”, una sorta di allevamento a terra che, se anche se non risponde a tutti i bisogni comportamentali dei conigli, assicura agli animali maggior benessere rispetto alle gabbie di batteria. Con questa metodologia di allevamento lo spazio a disposizione dei conigli è molto superiore, possono saltare, il fondo non è metallico ma plastico, hanno a disposizione ripari come tubi o piccoli rifugi, possono persino scavare e sgranocchiare carote o bastoncini, il cibo è sempre disponibile e, siccome si ammalano meno, gli antibiotici vengono impiegati solo alla bisogna. Un metodo più umano (non perfetto perché lo spazio non è ancora abbastanza) che garantisce agli animali una qualità di vita migliore. Esiste anche l’allevamento a terra “migliorato” sviluppato in Germania da singoli produttori e in Cina per rispondere all’opinione pubblica avversa all’uso delle gabbie di batteria.

Molto simile al sistema Park, ma in aggiunta offre luce naturale agli animali e, in Cina, viene aggiunta lettiera soffice sopra alla plastica.

Sino poi arrivare all’allevamento “bio” in cui gli animali sono in recinti all’aperto e razzolano sull’erba o il terreno scoperto, con tanto spazio a disposizione e vivono secondo cicli naturali oltre ad avere un periodo di vita più lungo e ragionevole, con mangimi bio, naturali, non troppo lontani da quelli che un coniglio mangerebbe in natura. E se per alcuni questi possono sembrare accorgimenti di carattere puramente “umanitario”, invito tutti a riflettere sulla qualità della carne di un animale che ha vissuto sereno (gli ormoni dello stress influenzano sapore e consistenza), nutrendosi naturalmente, senza antibiotici o OGM nella dieta. Per un ecocentrico togliere i conigli dalle gabbie è un fatto di buonsenso e civiltà, per altri è un modo per avere carne migliore. Certo la carne di coniglio potrebbe costare un po’ di più, ma se si vuole mangiare carne che sia meno e di migliore qualità.  

Immagini: www.ciwf.it    

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1 Comment

  • Reply
    Paolo Magni
    6 Settembre 2015 at 12:54

    …da qui la scelta consapevole come il sottoscritto di diventare vegetariani..provare per credere…

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