
È forse una delle buone abitudini in assoluto più sottovalutate: per comodità o semplice pigrizia, sono ancora molti coloro che non lavano i vestiti appena acquistati. D’altronde, arrivati con un pacco o usciti dal negozio, questi capi appaiono spesso perfetti: ben stirati, piegati e profumati. Eppure, possono contenere dei residui chimici e ambientali – dovuti sia alle modalità di produzione e trasporto, che dalle polveri accumulate in negozi e magazzini – noti da tempo perché responsabili di infiammazioni cutanee e reazioni allergiche. E non è indispensabile solo lavarli prima di indossarli, ma anche farlo in modo corretto.
I rischi chimici dei tessuti nuovi
Fatta eccezione per gli indumenti realizzati con fibre organiche e processi certificati, la maggior parte dei vestiti in commercio – in particolare, quelli sintetici – può presentare dei residui chimici, dovuti alle fasi di produzione e trasporto. Resine per evitare la formazione di pieghe e favorire l’esposizione, impermeabilizzanti antimacchia, coloranti e tanto altro: ma quali sono i più diffusi?
La formaldeide nei tessuti

Una parte considerevole degli abiti in vendita sulla grande distribuzione presenta contaminazioni variabili da formaldeide. Questa sostanza, classificata come cancerogeno dall’AIRC, è un inquinante pressoché perenne, che agisce sull’organismo anche come interferente endocrino.
La formaldeide si forma a seguito della produzione dei capi d’abbigliamento, per effetto dell’esposizione al calore e agli agenti atmosferici. Deriva infatti dal deterioramento di alcune resine, impiegate soprattutto per:
- evitare la formazione di pieghe durante l’esposizione e il trasporto, in particolare sui tessuti in cotone;
- mantenere il tessuto brillante e privo di pelucchi o palline, nonostante la manipolazione ripetuta da parte dei clienti.
Un’analisi Government Accountability Office (GAO) condotta negli Stati Uniti, su capi scelti a campione dai principali rivenditori a stelle e strisce, ha dimostrato una contaminazione diffusa da formaldeide. A contatto con la pelle può determinare irritazioni cutanee e allergie e, nei casi più gravi, anche sindromi respiratorie.
I pericolosi residui di coloranti
Ancora, a meno che non si scelgano tessuti trattati con tinte di derivazione vegetale certificata, i vestiti nuovi potrebbero presentare pericolosi residui di coloranti. Non a caso, è proprio questa la principale ragione che porta alla perdita di colore al primo lavaggio, in particolare per il cotone e i jeans.
In linea generale, sono due le categorie di coloranti che destano le maggiori preoccupazioni:
- i coloranti azoici, fortemente regolati in Europa, ma spesso presenti in tracce oltre ai limiti su capi d’importazione. Uno studio condotto sull’intimo femminile ha rivelato la presenza di livelli oltre i limiti su 18 di 120 campioni analizzati: in particolare, sono state trovate ammine aromatiche, considerate cancerogene;
- i coloranti dispersi, ovvero i residui di tinte per tessuti sintetici, che possono determinare dermatiti da contatto e rash cutanei persistenti.
PFAS, ftalati e collanti: nemici invisibili

Come se non bastasse, i vestiti nuovi possono presentare livelli elevati dei cosiddetti inquinanti perenni: delle sostanze che, oltre a non degradarsi praticamente mai nell’ambiente, sono noti per i loro effetti sul sistema endocrino. Nel dettaglio, i residui più frequenti sono da:
- PFAS e ftalati, utilizzati soprattutto su tessuti impermeabilizzati o, ancora, su fibre sintetiche per renderle più morbide: l’EAA conferma che la contaminazione è diffusa;
- collanti di vario genere, utilizzati per stampe, rivestimenti e adesivi o, semplicemente, per rendere il tessuto più rigido a fini espositivi. In questo caso, si tratta di sostanze ritenute responsabili di dermatiti da contatto.
La contaminazione in negozio

Non bisogna dimenticare, poi, che i capi possono essere soggetti a contaminazioni direttamente in negozio o, ancora, nei magazzini di stoccaggio. Questo perché, oltre a essere continuamente esposti, vengono toccati da decine – se non centinaia – di persone oggi giorno.
Non a caso, i vestiti non lavati dopo l’acquisto rappresentano una delle principali cause di dermatite tessile da contatto, dovuta a fattori diversi come:
- batteri accumulati sulle fibre;
- sudore altrui, per indumenti che possono essere provati;
- polveri e particelle di detergenti per ambienti;
- insetti, pidocchi e altri microorganismi che si possono annidare tra le fibre.
Ma come lavare i capi, per evitare spiacevoli conseguenze dovute a sostanze chimiche o ambientali? In linea generale, bisognerebbe sempre preferire un ciclo ad almeno 40 gradi – se il tessuto lo supporta – con detergenti dalla buona produzione di ossigeno, come ad esempio il percarbonato di sodio, prestando però attenzione ai capi colorati.
Il lavaggio non è sufficiente per rimuovere completamente tutti i contaminanti – in particolare, quelli chimici – ma ne può ridurre sensibilmente le quantità. In definitiva, mai indossare un vestito appena comprato: prima, è bene effettuare un ciclo in lavatrice.

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