
La sabbia è una risorsa preziosa che, a causa dell’azione dell’uomo, sta purtroppo finendo: sembra impossibile, eppure la sabbia è l’elemento naturale più sfruttato al mondo, dopo l’acqua. E considerando che quella del deserto non presenta caratteristiche tali per essere impiegata in edilizia e nella produzione di semiconduttori, i due ambiti che ne fanno maggiormente ricorso, è facile capire perché la fame di questa risorsa stia letteralmente distruggendo gli ecosistemi.
Il paradosso del granello: la risorsa più comune si sta esaurendo

Innanzitutto, è necessario comprendere il cosiddetto paradosso del granello: come è possibile che la sabbia, la risorsa di gran lunga più comune del Pianeta, sia in esaurimento?
Secondo le rilevazioni delle Nazioni Unite, ogni anno se ne consumano circa 50 miliardi di tonnellate, soprattutto per le necessità dell’edilizia e per l’industria dei semiconduttori e, più in generale, dell’elettronica. Un volume sostanzialmente sufficiente per costruire un muro alto 27 metri, e largo altrettanto, lungo l’intera circonferenza del Pianeta, all’altezza dell’equatore.
Di fronte a questa fame continua di sabbia, si potrebbe pensare che la risposta sia usare quella dei deserti. Eppure, poiché modellata costantemente dal vento, questa sabbia risulta troppo liscia e tondeggiante e, pertanto, del tutto inadatta per le necessità dell’edilizia e della produzione di silicio. Serve invece sabbia creata dall’erosione dell’acqua, ruvida e spigolosa, ottenuta:
- dragando senza sosta fiumi e torrenti;
- raschiando i fondali costieri.
Ed è proprio questo che ne spiega la sua scarsità: la maggior parte della sabbia mondiale non è utilizzabile per gli scopi umani, di conseguenza l’intero fabbisogno si concentra su risorse naturali – i corsi d’acqua – di per sé già scarsi.
Da dove deriva la fame mondiale di sabbia

Ma da dove deriva questa fame insaziabile di sabbia? Questa risorsa rappresenta un elemento pressoché onnipresente nelle attività umane, seppur non sia semplice rendersene conto. L’intera tecnologia umana si basa infatti su questo prezioso elemento, alla base di:
- edilizia e infrastrutture, il settore che ne consuma quasi i tre quarti di quella idonea ricavata a livello mondiale. È indispensabile per calcestruzzo, cemento, asfalto e molto altro ancora;
- tecnologia informatica, perché il silicio – ottenuto dalla purificazione della sabbia – è indispensabile per la produzione di tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche, a partire dai microchip;
- telecomunicazioni e produzione di energia, poiché la sabbia silicea è indispensabile per la produzione di fibre ottiche, pannelli fotovoltaici, cavi, guaine elettriche, vetri isolanti e molto altro ancora.
Un’estrazione ad altissimo impatto ambientale

Proprio poiché la sabbia dei deserti non può essere impiegata per gli scopi umani, estrarne decine di miliardi di tonnellate da fiumi, mari e oceani ha un impatto ambientale drammatico. Infatti, le attività produttive:
- nei fiumi, causano l’asportazione dei fondali, deviando le correnti, compromettendo la qualità dell’acqua e distruggendo gli habitat naturali indispensabili sia per la flora acquatica che per la nidificazione delle specie animali sulle rive;
- sulle coste, l’eliminazione dei banchi di sabbia rimuove le difese naturali contro le mareggiate e l’innalzamento dei livelli del mare, compromettendo contestualmente lo sviluppo della fauna e della flora marina.
Entrando maggiormente nel dettaglio, i dati sono a dir poco allarmanti. Innanzitutto, il 50% delle navi che procedono al dragaggio minerario opera all’interno o ai confini delle Aree Marine Protette, da cui proviene circa il 15% del volume totale della sabbia estratta dal mare, sebbene non da gran parte delle coste europee. Ciò determina una continua distruzione degli habitat naturali: basti pensare che nelle Maldive, la raccolta della sabbia ha comportato la distruzione di oltre 200 ettari di barriere coralline. Non è però tutto, perché si registra anche:
- il crollo dell’economia locale per le popolazioni più povere. Ad esempio, il dragaggio sulle coste dell’Indonesia ha ridotto dell’80% i redditi dei pescatori locali, a causa della perdita di fauna marina;
- l’abbassamento dei letti fluviali, con fondali che scendono addirittura di 10-15 metri – come successo per i fiumi Mekong e Yangtze, in Cina – determinano crolli strutturali di argini, ponti e infrastrutture;
- la compromissione dei bacini d’acqua dolce, perché la riduzione dei fondali facilita la risalita di acqua marina, determinando la salinizzazione delle falde.
Quali soluzioni per invertire la rotta?

Già oggi esistono numerose tecnologie che possono limitare l’estrazione di nuova sabbia, a difesa degli ecosistemi e, soprattutto, degli scarsi bacini di acqua dolce. Ad esempio, le Nazioni Unite stanno spingendo all’utilizzo della “ore-sand”, una sabbia “artificiale” ricavata dalla macinazione degli scarti dell’industria mineraria o della nuda roccia usata in edilizia. Ancora, è possibile produrre sabbia adatta all’edilizia anche:
- dagli scarti agricoli – come i gusci di cocco triturati – e dagli scarti edilizi, come ad esempio con lo sbriciolamento del calcestruzzo recuperato dalle demolizioni;
- dal recupero della plastica, creando un’economia circolare che permette non solo di sfruttare materiali resistenti in edilizia, ma anche di ridurre la dispersione nell’ambiente di uno dei rifiuti oggi più comuni.
Più complesso è invece l’ambito dei semiconduttori, dove le procedure di riciclo del silicio risultano ancora poco diffuse, soprattutto nella produzione di microchip, dove si preferisce materiale vergine.
In definitiva, per quanto diffusa la sabbia è una risorsa sempre più scarsa: se non si seguono soluzioni più sostenibili, soprattutto in edilizia, la sua estrazione si trasformerà in una vera e propria ecatombe ambientale.