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Home»A tavola»Il mito del sale rosa dell’Himalaya: una bufala che danneggia l’ambiente
A tavola

Il mito del sale rosa dell’Himalaya: una bufala che danneggia l’ambiente

Il sale rosa dell'Himalaya è una bufala che danneggia l'ambiente: non ci sono differenze con il sale marino, distrugge gli ecosistemi locali.
Marco GrigisDi Marco Grigis18 Febbraio 20265 min lettura
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Tessa Gelisio, sale rosa dell'Himalaya

Lo si trova al supermercato, nei ristoranti gourmet e addirittura nelle lampade ornamentali: il sale rosa dell’Himalaya è ormai ovunque. Ha infatti conquistato i consumatori con una comunicazione martellante, volta a esaltarne la supposta purezza e altrettanti non meglio noti benefici per la salute, dovuti ai suoi minerali antichi. Eppure, la ricerca scientifica ha dimostrato che non solo questo sale non presenta sostanziali differenze da quello comune da cucina, ma anche come la sua estrazione sia causa di enormi danni ambientali.

Il sale rosa è diverso dal sale comune?

Sale dell'Himalaya

Con i suoi granelli colorati, di primo acchito è facile pensare che il sale rosa dell’Himalaya sia diverso da quello comune da cucina. Ed è d’altronde quello che, prima con le correnti new age di inizi anni 2000 e oggi con i social, viene ripetuto senza sosta per incrementarne la vendita. Ma è davvero così?

Innanzitutto, è necessario partire da un elemento poco conosciuto ai più: il sale rosa dell’Himalaya – detto anche “tibetano” – non c’entra nulla con le montagne del Tibet. Viene infatti estratto dalla miniera di Khewra, in Pakistan, e poi associato al Tibet per ragioni di marketing.

Dal punto di vista organolettico, questo sale non presenta grandi differenze da quello comunemente ricavato da saline. Le analisi scientifiche dimostrano che è infatti composto da:

  • al 98% da cloruro di sodio, come qualsiasi sale;
  • ferro in tracce, responsabile del colore rosa;
  • piccole tracce di altri 84 comuni minerali, tra cui magnesio, calcio e potassio.

In altre parole, gli elementi aggiuntivi rispetto al comune sale sono talmente ridotti, da non avere alcun impatto significativo in termini nutrizionali e, soprattutto, in dosi pressoché omeopatiche affinché possano avere anche un minimo effetto sulla salute.

Il sale rosa ha davvero proprietà benefiche?

Sale dell'Himalaya

Al sale rosa dell’Himalaya vengono spesso associate numerose proprietà benefiche: l’assunzione regolare – o, addirittura, la mera esposizione ambientale – pare possa essere d’aiuto a regolare il pH, migliorare la respirazione, incrementare l’idratazione e combattere infezioni batteriche e virali. Eppure, nonostante questi benefici siano oggi dati come assodati, non hanno trovato conferma nella ricerca.

In particolare, le evidenze scientifiche hanno smentito alcune delle convinzioni più comuni su questo sale:

  • non è più naturale e puro rispetto a quello classico. Anzi, poiché estratto da miniere e non ottenuto tramite saline, è più frequentemente contaminato da piombo e arsenico in tracce;
  • non abbassa la pressione sanguigna. Indipendentemente dal colore, il sodio rimane sodio: un eccesso nella dieta ha effetti diretti sull’aumento della pressione sanguigna;
  • non ha un’azione terapeutica sulla tiroide. In realtà, questo sale tende a presentare livelli più bassi di iodio, indispensabile per il buon funzionamento di questa ghiandola;
  • non modifica il pH del corpo. L’organismo regola automaticamente, e in modo costante, il pH ematico, anche perché ridotte variazioni potrebbero portare a conseguenze gravi. Non si può influire su questa regolazione con l’assunzione di sale.

L’unica affermazione di marketing che rimane vera è la presenza di 84 minerali aggiuntivi rispetto al comune sale marino, ma in tracce talmente ridotte, da non avere alcun effetto sul corpo.

I danni ambientali dell’estrazione di sale rosa

Miniera del sale rosa

Come se non bastasse, la produzione di sale rosa dell’Himalaya sta causando danni ambientali tutt’altro che trascurabili, con conseguenze ormai irreversibili sull’ecosistema delle zone di estrazione.

Innanzitutto, bisogna considerare che si tratta di sale da estrazione mineraria: a differenza di quello marino, che si ottiene tramite l’evaporazione dell’acqua nelle saline, quello pakistano viene ricavato dalla distruzione di antichi depositi rocciosi sotterranei, con perforazioni, gallerie e uso di esplosivi, che stanno modificando il profilo montuoso dell’area di origine. Dopodiché, bisogna considerare che:

  • la regione del Punjab subisce pressioni dalle attività minerarie intensive, che determinano vasta deforestazione, inquinamento irreversibile delle falde acquifere, perdita di biodiversità locale e distruzione delle comunità rurali;
  • le attività di estrazione comportano la creazione di sottoprodotti inquinanti che, oltre ad avere sempre impatto sulle falde acquifere, vengono accumulati sul posto in discariche a cielo aperto;
  • il trasporto del sale in Occidente, e in particolare in Europa e negli Stati Uniti, ha costi ambientali enormi, con un’impronta carbonica anche di 20 volte superiore rispetto al comune sale marino.

Come ha avuto origine la bufala

Influencer

Sebbene il sale proveniente da Khewra sia estratto da secoli, il boom moderno risale all’inizio degli anni 2000, quando è stato associato al tema del benessere per ragioni di marketing. L’obiettivo era d’altronde chiaro: riuscire a piazzare sul mercato un comune sale, seppur dalla colorazione rosa, a prezzi anche di dieci volte superiori a quello marino. 

Ne è nata così una narrazione romantica, quella del “sale antico che da secoli i tibetani usano per curarsi”, nonostante non abbia attinenza né con il Tibet, né con la salute. Lo slancio definitivo è però giunto a partire dal 2010, quando i produttori locali – anche con incentivi governativi – hanno deciso di spingerne le vendite assoldando personaggi pubblici e influencer, allo scopo di conquistare soprattutto i Millennial: una generazione mediamente più attenta a benessere, ambiente e salute rispetto alle precedenti.

In definitiva, il sale rosa rappresenta un ottimo esempio di come un prodotto – del tutto ordinario, per nulla salutare e ad alto impatto ambientale – possa essere trasformato in un fenomeno commerciale, a scapito della verità scientifica. Per questo, sulla tavola è sempre meglio portare il tradizionale sale marino, italiano: gli effetti sull’organismo sono gli stessi, quelli sul Pianeta estremamente inferiori.

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