Se è di moda è sostenibile | Ecocentrica
Provato per voi

Se è di moda è sostenibile

In Italia esiste un popolo di artigiani e stilisti che nel cercare lo stile hanno trovato l’ambiente. Vestirsi a basso impatto è possibile senza rinunciare all’eleganza.

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Jack Bau, io e la borsa del mio babbo, foto di famiglia con pezzo d’artigianato. Fin da bambina mi affascina vedere mio padre creare con le sole mani e la pelle oggetti che prima non c’erano. E’ il bello del piccolo artigianato, quella meraviglia che unisce fantasia, tradizione e materiali. Guardate che belle borse su www.lucianogelisio.com e sono tutte a basso impatto. Sono un esempio di come essere ecosostenibili non significhi rinunciare allo stile e alla bellezza o necessariamente mantenere un profilo cheap.

E’ questo quello che adoro del lavoro di mio padre, l’aver introdotto nel suo mestiere un tocco di antica modernità ecologica.

La conceria è un’attività altamente inquinante. Lo sappiamo tutti ormai. A Santa Croce sull’Arno (per fare un esempio) hanno conosciuto per anni l’impatto dell’industria della pelle che si traduceva in quelle scie colorate e maleodoranti che screziavano il fiume.

I reflui della concia contengono coloranti, tensioattivi (saponi), residui di pelle, metalli pesanti (cromo, zirconio…), acidi, calce, solfuri e altro ancora. E’ per questo che la depurazione costa tantissimo. Così il mio babbo è ha iniziato a procurarsi le pelli presso il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale (www.pellealvegetale.it) le cui 22, toscanissime, aziende hanno deciso di riportare alla luce l’antica tradizione della nostra terra della concia naturale, basata soprattutto sul tannino, rendendolo un punto di forza, quel qualcosa in più che regala a una borsa una bella storia da raccontare. Il sapere era tutto lì, tramandato a fil di voce, di epoca in epoca di mastro conciaio in mastro conciaio. E per me ora è l’unico modo in cui concepire la concia.

E’ da lui, mio padre, che ho preso il senso dell’ecologia anche nella moda. Un senso che non mi ha mai lasciato e che mi spinge a cercare capi ecosostenibili, nuovi materiali, nuove tecniche. E’ diventato un piacere nel piacere, vestire sostenibile. A volte incontro idee ancor prima di artigiani e stilisti.

Prendete le linee MONONIKI, BINIKI e TRINIKI di Nicoletta Fasani (www.nicolettafasani.com). Si tratta di vestiti che si possono indossare in più modi. Mi spiego: un tubino può diventare una felpa con cappuccio, un un top senza maniche può diventare un top con le maniche e un vestito con specchi laterali che si può indossare anche come gonna. Una forma più abiti, ama dire lei.

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Perché è eco? Perché se da un capo ne ottieni due, tre… acquisti uno o due capi in meno risparmiando tessuto. E in più, Nicoletta, riusa tutto. Niente scarti di lavorazione. Tutto è trasformabile in qualcosa di utile. La fantasia salverà il mondo? Perché no?

La fantasia può essere design ma anche tecnologia. Avete mai visto una canna di bamboo? Bene, ora guardate questo top Wearessential (www.wearessential.com).

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E’ in bamboo e fa parte della linea Radiant Orchid concepita a favore di Oxfam Italia. Un tessuto morbido e fresco, leggero, tutt’altro che “legnoso” o rigido come ci si potrebbe immaginare. Perché è più sostenibile del cotone comune? Perché il bamboo è una risorsa rinnovabile a minore impatto, un’alternativa ancora poco esplorata, una possibilità in più per il futuro dei tessuti.

La moda, come tutti i settori produttivi, dovrà fare i conti con il pianeta nei prossimi anni. La sostenibilità non è una delle sfide del futuro, è LA sfida. E sapete che vi dico? Se andare incontro alla sostenibilità significa ritrovarsi in un mondo di idee e bellezza come quello della moda green… Evviva!!!