Punto di vista

I rifugiati climatici, profughi dimenticati

Sono milioni e costituiscono una parte considerevole dei profughi che si accalcano ai confini d’Europa, ma per i governi non esistono

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In decine di migliaia pressano i confini europei quotidianamente per entrare. Tutti fuggono da qualcosa. Le motivazioni per affrontare l’inumano calvario studiato per loro dai contrabbandieri di esseri umani non possono che essere forti. Non si attraversa un continente tra mille traversie per pagare tutto quello che si ha e andare a morire affogati nel Mediterraneo o soffocati nel doppio fondo di un tir se non si hanno ragioni valide: la guerra, la povertà, la fame… e il clima.

Dal nostro punto di vista di cittadini ci paiono una massa informe, uno tsunami omogeneo di disperati. Invece, ovviamente, non è così. L’UE appare ben disposta nei confronti dei rifugiati che abbandonano teatri di guerra come la Siria o la Libia. Un po’ più rigidi gli europei si dimostrano nei confronti dei profughi “economici”, quelli che fuggono, per intenderci, dalla povertà. Ma in questo grande mare dei “migranti economici” si dovrebbero ulteriormente distinguere sottocategorie. Non sono tutti uguali.

In quella massa si nascondono infatti decine e decine di migliaia di profughi invisibili: coloro che fuggono dal cambiamento climatico e dalle catastrofi ambientali. Vi sembrerà incredibile, ma è così. E’ cominciato un esodo epocale in tutto il globo da Sud a Nord e da Est a Ovest di milioni di esseri umani che hanno abbandonato la loro terra perché devastata da un clima avverso se non da veri e propri cataclismi legati a eventi climatici estremi come uragani, tifoni e alluvioni.

L’UNHCR (United Nations High Commisioner for Refugees, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati) nel 2014 nei suoi documenti ufficiali snocciolava numeri da Armageddon: nel quadriennio 2008-2012 a causa di disastri naturali si sono creati colossali flussi migratori in varie parti del globo per un totale di 144 milioni di esseri umani in fuga. Nel solo 2012 eventi climatici estremi hanno spinto 32 milioni di persone ad abbandonare casa e spesso nazione d’appartenenza. Nel 2050 lo stesso organo prevede che i migranti climatici saranno 200 milioni all’anno, più di tre volte la popolazione italiana.

La situazione, anno dopo anno, peggiora mano a mano che il cambiamento climatico da spauracchio diventa realtà. Se ne parla da anni di “rifugiati climatici”. Secondo le stime rappresentano il 10-15% di tutti i rifugiati. E se guardiamo specialmente i flussi che cercano di entrare in Europa attraverso l’Italia le percentuali forse crescono. Infatti, esclusi i libici che fuggono da un paese in fiamme e i centroafricani, il grosso dei migranti è costituito da somali, eritrei e sud-sahariani. Sappiamo bene che provengono da paesi instabili, comandati da signori della guerra senza scrupoli ma la verità è che fuggono dalla siccità e dalla desertificazione progressiva delle loro terre. Fuggono dalla fame e dalla miseria indotta dal cambiamento climatico. Non hanno alternative per provare a sopravvivere. E non dimentichiamo che le guerre stesse che devastano il Medio Oriente e l’Africa sono spesso figlie della scarsità di risorse, specialmente di acqua e terra. Un esempio? Il perenne conflitto arabo-israeliano: in fondo, in fondo si tratta di una lotta per l’acqua.

 Eppure questo “genere” di profughi non ha ancora uno status riconosciuto. Nonostante il termine di “rifugiato climatico” sia stato sdoganato all’inizio di questo decennio, i governi faticano a volerne ammettere l’esistenza. In fondo, riconoscerli come tali, ossia rifugiati climatici, significherebbe ammettere, una volta per tutte, che il pianeta non rischia di cambiare ma, anzi, sta già cambiando e molto alla svelta. 

Che possiamo farci? Nulla. Assolutamente nulla. Dobbiamo solo comprendere come cittadini e come esseri umani che il mondo è cambiato e che, come sempre nella storia dell’umanità, i popoli si spostano. Quando questo avviene sta al buonsenso farlo accadere nella maniera più indolore possibile e gestirlo invece che subirlo con atteggiamenti schizofrenici e poco umani.

(foto Oxfam-Flickr)

 

 

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