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22 aprile: Giornata della Terra. Come sta il nostro pianeta?

In occasione dell’Earth day 2021 facciamo il punto sullo stato di salute della Terra.

Il pianeta Terra, visto da fuori, non è altro che un minuscolo sasso azzurrognolo che galleggia nello spazio in mezzo a pianeti “morti”. Guardandolo bene, infatti, ci rendiamo conto di quanto questo pianeta sia straordinario, tanto da aver originato una stupefacente varietà di ecosistemi e forme di vita.

Eppure, ci comportiamo come se avessimo a disposizione altri pianeti da sfruttare, una volta spremuto questo. La nostra specie, in appena 300mila anni dalla sua comparsa, è riuscita ad avere un significativo impatto sulla Terra, come mai nessun altro animale. In breve tempo siamo riusciti, tra le altre cose, a modificare gli equilibri climatici e chimici del pianeta e a causare l’estinzione di un’innumerevole quantità di specie animali e vegetali.

L’esponenziale aumento della popolazione globale passata in meno di un secolo da 2 miliardi di esseri umani a quasi 8 miliardi, ha avuto enormi ripercussioni sugli equilibri ambientali

Ripristiniamo la Terra

Proprio per ricordare l’importanza di proteggere il nostro fragile e meraviglioso pianeta, il 22 aprile si festeggia la Giornata mondiale della Terra, istituita dalle Nazioni Unite. Lo slogan della Giornata mondiale della Terra 2021 è Restore our Earth, ovvero Ripristina la nostra Terra. La ricorrenza sarà incentrata sulla necessità di ripristinare gli ecosistemi del mondo, dalla cui integrità dipende la sopravvivenza del genere umano. In occasione della Giornata mondiale della Terra, facciamo il punto sullo stato di salute del nostro pianeta.

Un pianeta sempre più caldo

Quello appena conclusosi, secondo i dati diffusi dal Copernicus climate change service (C3s), è stato il decennio più caldo (2011-2020) mai registrato, con un aumento di 1,25 gradi delle temperatura media rispetto al periodo pre-industriale. 

Mondo sott’acqua

Dal 1880 ad oggi, a livello globale, le acque si sono alzate di circa 21-24 centimetri. L’aumento del livello dell’acqua è causato principalmente dalla fusione dei ghiacci artici e dall’espansione del volume degli oceani man mano che l’acqua si riscalda. Entrambi i fenomeni sono una conseguenza del riscaldamento globale in corso. 

Secondo il recente rapporto redatto dall’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), se non saremo in grado di frenare le emissioni e contenere l’aumento della temperatura media globale entro due gradi, le acque potrebbero innalzarsi di oltre un metro entro la fine del secolo e di quasi sei metri nel 2300 (rispetto al periodo 1986-2005). La sola fusione dei ghiacci artici, secondo quanto riportato dallo studio Ice-sheet losses track high-end sea-level rise projections, potrebbe contribuire ad innalzare il livello dei mari di 16 centimetri, mettendo a rischio la sopravvivenza di 16 milioni di persone che vivono in aree costiere entro il 2100.

Ghiacciaio nelle isole Svalbard, in Norvegia

Addio ghiacciai

Così come le calotte artiche, anche i ghiacciai stanno fondendo ad una velocità allarmante. Gli esperti stimano che entro i prossimi trenta anni scompariranno tutti i ghiacciai al di sotto dei 3.500 metri, ovvero tutti quelli presenti in Italia. Un esempio è il ghiacciaio della Marmolada, la cui superficie si è dimezzata negli ultimi cento anni.

I ghiacciai, vestigia dell’ultima era glaciale, rivestono un’elevata importanza naturalistica e culturale, ma sono soprattutto fondamentali serbatoi di acqua, in grado di fornire un approvvigionamento idrico a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

Quanta CO2 c’è nell’aria

A causa delle attività umane, in particolare l’utilizzo di combustibili fossili per produrre energia, il livello di anidride carbonica in atmosfera è in costante aumento, amplificando il naturale effetto serra del pianeta. La concentrazione di CO2 è passata da circa 315 ppm (parti per milione) del 1959 alle attuali 418,07 ppm, il dato più alto da 800mila anni a questa parte.

Secondo le proiezioni dell’Ipcc la concentrazione di CO2 continuerà a salire fino a raggiungere le 500-1.000 ppm entro il 2100. Gli scienziati ritengono che l’ultima volta che la quantità di CO2 atmosferica sia stata così alta è stata più di 3 milioni di anni fa.

Gli anfibi sono la classe animale che si sta estinguendo più rapidamente

L’era dell’estinzione

L’uomo sta avendo un impatto devastante sulle altre specie animali con cui condivide il pianeta. Dalla sua comparsa Homo sapiens, secondo lo studio The biomass distribution on Earth, ha causato l’estinzione dell’83 per cento delle specie di mammiferi selvatici e della metà delle piante. L’estinzione è un processo naturale, in condizioni normali però il tasso di speciazione, ovvero la nascita di nuove specie, è superiore al tasso di estinzione. 

Attualmente, secondo quanto riportato da Telmo Pievani e Andra Menagazin nel libro Homo sapiens: the first self-endangered species, ogni anno scomparirebbero per sempre dalle 11mila alle 58mila specie, una ogni venti minuti. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici, stima che un quarto di tutte le specie sia a rischio estinzione.

La scomparsa di una singola specie rappresenta una perdita incalcolabile, portando con sé nell’oblio una serie di caratteristiche uniche evolutesi in milioni di anni. Secondo lo studio Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis, considerato l’attuale tasso di estinzione dei mammiferi, serviranno tra i tre e i cinque milioni di anni affinché la natura recuperi una varietà biologica comparabile a quella odierna.

Avanza la desertificazione

Secondo quanto riportato dall’Atlante globale della desertificazione, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, oltre il 75 per cento del suolo del pianeta è degradato. La desertificazione rappresenta un’emergenza ambientale e sociale, poiché circa tre miliardi di persone vivono nelle zone aride.

Si stima che questo fenomeno, esacerbato dai cambiamenti climatici, causi la scomparsa annuale di 24 miliardi di tonnellate di suolo fertile. Tra le cause principali ci sono scorrette pratiche di gestione del suolo, come l’agricoltura intensiva.

An aerial shows the contrast between forest and agricultural landscapes near Rio Branco, Acre, Brazil. Photo by Kate Evans/CIFOR cifor.org blog.cifor.org If you use one of our photos, please credit it accordingly and let us know. You can reach us through our Flickr account or at: [email protected] and [email protected]

Area di foresta pluviale brasiliana abbattuta

Sos deforestazione

Fino a tempi relativamente recenti, dal punto di vista del pianeta, la maggior parte delle terre emerse era ricoperta da sconfinate foreste. Oggi quel “mare verde” si sta prosciugando, con gravi conseguenze per l’umanità, dato che le foreste svolgono per noi vitali servizi ecosistemici, tra cui l’assorbimento di grandi quantità di CO2. In poco più di dieci anni, tra il 2004 al 2017, in tutto il mondo è stata deforestata una superficie pari a 43 milioni di ettari. È quanto riportato dal rapporto Deforestation fronts, redatto dal Wwf.

La principale causa della distruzione degli ultimi polmoni del pianeta è la produzione di cibo: immense porzioni di foresta vengono infatti rase al suolo per fare posto a campi e pascoli per il bestiame.

La lista dei danni ambientali causati da tutti noi sarebbe molto più lunga di quella fino a qui elencata, ma mi voglio fermare ai principali parametri che dobbiamo tenere sott’occhio, ricordando però, che siamo ancora in tempo per invertire la rotta.

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