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La pandemia non ha aiutato la natura a riprendersi

Nonostante il rallentamento delle attività umane a causa del Covid-19, il 2020 è stato un altro anno difficile per l’ambiente.

Il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia, l’anno in cui una malattia, come mai prima d’ora, ha messo in ginocchio il mondo globalizzato. Il Covid-19 ha, comprensibilmente, monopolizzato l’attenzione di media e opinione pubblica. C’è però di più, l’anno appena concluso ha infatti chiuso il decennio più caldo della storia (2011-2020), e potrebbe essere stato l’anno più caldo mai registrato (pareggiando l’eccezionale 2016), con un aumento di temperatura di 1,25 gradi centigradi rispetto alla media del periodo pre-industriale (1850-1900). Per l’Europa, secondo i dati del programma Copernicus dell’Agenzia Spaziale Europea e della Commissione europea, è stato l’anno più caldo di sempre, con 1,6 gradi centigradi in più rispetto alla media del periodo 1981-2010 e con 0,4 gradi in più rispetto al 2019.

A causa del blocco delle attività umane imposto dalla pandemia, le emissioni globali di anidride carbonica, dopo essere aumentate senza sosta per decenni, sono però diminuite in maniera significativa. I voli si sono dimezzati, il traffico stradale ha subito un brusco rallentamento e le emissioni della Cina, il principale emettitore globale di CO2, sono diminuite di circa il 18 per cento tra inizio febbraio e metà marzo.

Il calo delle emissioni è stato tuttavia inferiore a quanto pronosticato dagli scienziati, inoltre, quanto durerà? Per aver un effetto climatico dovrebbe essere consistente e duraturo, altrimenti la natura non se ne accorge nemmeno.

Il 2020 ci ha ricordato, ancora una volta, che siamo nel bel mezzo di una crisi climatica epocale. I segnali, casomai ne servissero ancora, sono stati innumerevoli: l’Australia è stata devastata da incendi record, che hanno carbonizzato milioni di ettari di territorio, ucciso persone e un incalcolabile numero di animali; la Siberia, che dovrebbe essere uno dei luoghi più freddi del pianeta, è stata investita da un’inusuale ondata di calore, con picchi di 38 gradi; l’Africa Orientale è stata sommersa da alluvioni di portata mai vista, che hanno provocato numerose vittime e centinaia di migliaia di sfollati e un numero record di tempeste tropicali si sono scatenate nel Nord Atlantico.

Oltre a provocare un grave bilancio in termini di vite umane, i disastri naturali verificatisi nel 2020, secondo quanto riportato dall’organizzazione no profit Christian aid, hanno creato danni economici spropositati, pari a circa 118 miliardi di euro.

La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è aumentata sensibilmente, raggiungendo nel 2020 il livello più alto dal 2007. Uno degli ecosistemi più importanti del pianeta è sempre più vicino al punto di non ritorno, superato il quale la foresta potrebbe trasformarsi in un’arida savana, diventando una sorgente di anidride carbonica e non più un alleato contro i cambiamenti climatici.

Ad essere vicini ad un punto di non ritorno sono anche gli antichi ghiacci artici che, a causa delle emissioni di gas serra dovute alle attività antropiche, si stanno assottigliando sempre di più, provocando l’innalzamento del livello dei mari di tutto il pianeta. Nella seconda metà del 2020 il ghiaccio marino artico ha fatto registrare l’estensione più bassa mai registrata per quel periodo.

La pandemia di coronavirus non è altro che uno dei molteplici effetti dello sfacelo ambientale causato dalla nostra specie. Gli epidemiologi avvertono che il proliferare di nuove malattie è sempre più probabile a causa della deforestazione, del riscaldamento globale, dello sfruttamento indiscriminato della fauna selvatica e, in sintesi, del nostro rapporto squilibrato con la natura. “Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e alla diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano – scriveva in tempi non sospetti David Quammen, autore del lungimirante saggio Spillover -. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo”.

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