Vi siete mai chiesti cosa si dovrebbe controllare, prima di acquistare nuovi vestiti? Con un’industria della moda responsabile dell’immissione in atmosfera di almeno 1,2 miliardi di chilogrammi di CO2 equivalente l’anno, e altri gravi danni ambientali e umani causati dalla fast fashion, è quanto mai urgente sposare un approccio più consapevole agli acquisti.
Dai tessuti ai luoghi di produzione, passando per le caratteristiche del capo: prima di recarci alle casse per pagare un nuovo indumento, bisogna accertarsi sia stato realizzato con il minimo impatto per l’ambiente. Ma quali elementi verificare?
La scelta dei tessuti dei vestiti: quali sono a basso impatto
Quando si decide di acquistare nuovi vestiti, è innanzitutto necessario prestare attenzione alle etichette, per capire quali materiali siano stati impiegati. Come facile intuire, bisognerà evitare le fibre sintetiche perché derivano dalla plastica e, purtroppo, rappresentano una delle principali fonti di rilascio di pericolose microplastiche. Inoltre, non solo la loro produzione è estremamente inquinante, ma non sono particolarmente salutari da indossare, sia perché poco traspiranti che per la possibile presenza di sostanze chimiche pericolose.
La scelta più corretta è orientarsi sulle fibre di origine vegetale, seppur con qualche distinguo. Il semplice fatto che un tessuto sia vegetale, non significa infatti sia anche a basso impatto. Vi ho già parlato in un precedente articolo dei tessuti da preferire per una maggiore sostenibilità, in linea generale meglio preferire:
- lino e canapa, sia da coltivazione classica che biologica;
- cotone organico e biologico;
- lana biologica, a meno che non vi siano ragioni etiche o, in ogni caso, sempre filati provenienti da attività che non ricorrono al muesling o ad altre pratiche barbare;
- seta biologica, che non comporta l’uccisione dei bachi;
- tessuti tecnologici a basso impatto, come Lyocell, Modal, fibre da scarti vegetali;
- fibre riciclate e rigenerate.
Particolare attenzione va accordata al cotone, perché quello tradizionale richiede tantissima acqua per poter essere coltivato, nonché comporta l’uso di quantità enormi di pesticidi e fertilizzanti. Il cotone biologico e organico, invece, utilizza fino al 91% in meno di acqua e, fatto non meno importante, non vede l’aggiunta di composti chimici pericolosi in tutte le sue fasi, dalla coltivazione alla lavorazione.
Controllare certificazioni e sostanze chimiche in etichetta
Verificare la tipologia di tessuto non è sufficiente, per essere sicuri di un acquisto davvero a basso impatto, bisogna passare al setaccio l’etichetta alla ricerca di eventuali certificazioni, nonché delle sostanze chimiche impiegate.
Fra le varie certificazioni a cui prestare attenzione, le principali sono:
- GOTS, ovvero Global Organic Textile Standard, che garantisce che almeno il 70% delle fibre sia di origine biologica e senza l’impiego di sostanze tossiche in tutte le fasi di produzione;
- OEKO-TEX, che garantisce che il prodotto è stato realizzato senza l’utilizzo di sostanze chimiche nocive e realizzato con processi sostenibili.
Dopodiché, potrebbero esservi altre diciture, come “organic”, “realizzato con materiali riciclabili”, “fibre da coltivazioni al 100% biologiche” e molto altro ancora.
Sul fronte dei composti chimici impiegati, Greenpeace da anni allerta sui rischi per la salute e per l’ambiente di alcuni componenti. Gli indumenti potrebbero infatti prevedere contaminazioni da ftalati, PFC, BPA e PFAS, utilizzati per rendere i capi più morbidi o impermeabili. Queste sostanze, oltre a rappresentare degli inquinanti perenni, sono dei noti interferenti endocrini: meglio quindi evitare vestiti che riportano trattamenti “antipiega” o “idrorepellenti”, poiché molto probabilmente incorporano questi composti nocivi.
Verificare la provenienza dei vestiti
Come facile intuire, è anche indispensabile controllare la provenienza dei capi d’abbigliamento che si intende acquistare. Alcuni Paesi mondiali sono stati letteralmente messi in ginocchio dalla fast fashion, con una devastazione ambientale senza pari e, purtroppo, anche con condizioni lavorative umane in giustificabili.
Anche in questo caso, la corretta lettura dell’etichetta può fornire informazioni utili all’acquisto. Bisogna prestare attenzione, quando i capi sono realizzati in:
- Bangladesh, il Paese più colpito dalla fast fashion. I grandi centri urbani sono ormai ricoperti di indumenti venduti, tanto che le acque di alcuni fiumi sono state letteralmente sommerse dai vestiti. Inoltre, non vengono rispettati gli standard ambientali internazionali sullo scarico di sostanze tossiche e ai lavoratori non sono garantite condizioni lavorative umane;
- India, dove sussistono problemi simili al Bangladesh e, fatto non meno importante, un pesante inquinamento da tinture tossiche per capi d’abbigliamento nonché per la coltivazione del cotone;
- Vietnam, dove le aziende manifatturiere del settore della moda internazionale non solo sfruttano manodopera a basso costo, ma stanno inquinando i fiumi con scarichi chimici;
- Cina, il leader mondiale della produzione tessile, che sta ora scontando un pesante inquinamento idrico e atmosferico. Inoltre, possono essere utilizzate sostanze chimiche vietate in Europa, non sempre indicate esplicitamente in etichetta;
- Cambogia, in qualità di uno degli hub emergenti della produzione di fast-fashion, con manodopera sottopagata ed enorme inquinamento dei corsi d’acqua.
In linea generale, bisognerebbe preferire una produzione completamente italiana, anche date le rigide normative ambientali e lavorative che regolano il settore sia sullo Stivale che in Europa.
Controllare la durabilità dei vestiti e valutare alternative
Infine, è utile prestare attenzione alla durabilità dei vestiti: più un capo è di qualità e resistente, minore è il suo impatto ambientale, poiché ovviamente dura di più. Per capirlo, oltre alla scelta dei materiali, è bene ispezionare visivamente l’indumento. Soprattutto se di cotone: se al tatto appare estremamente sottile e alla sollecitazione sembra deformarsi, significa che è di pessima qualità e, probabilmente, dopo pochi lavaggi sarà da buttare.
Ancora, è sempre indicato valutare alternative all’acquisto di nuovi capi, ad esempio rivalutando l’usato e i mercatini vintage o, ancora, l’upcycling: non c’è niente di più sostenibile che dare una nuova vita a un vecchio indumento.
In definitiva, con un po’ di attenzione e leggendo bene le etichette, è possibile fare scelte d’acquisto più consapevoli, per una moda che non rappresenti una minaccia insostenibile per il Pianeta.
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