
Da qualche anno a questa parte, gli scaffali dei supermercati si sono riempiti di una nuova categoria di prodotto: la frutta già tagliata, pronta al consumo e conservata in vaschette di plastica. Quel che di primo acchito sembra un innocuo alleato della vita moderna – per chi è di fretta, o ha poco tempo tra un appuntamento di lavoro e l’altro, la frutta pre-tagliata rappresenta una comodità – è in realtà un vero e proprio dramma. Non solo contribuisce all’inquinamento da plastica, uno dei più gravi problemi ambientali a livello mondiale, ma rischia di influire anche sulla salute dei consumatori.
Il fenomeno della frutta già tagliata in vaschetta

Il fenomeno della frutta pre-tagliata, e distribuita in pratiche vaschette di plastica, è nato negli Stati Uniti negli anni ‘90. Data la crescente domanda di prodotti “ready-to-eat”, il mercato ha pensato di rispondere con frutta già sbucciata, lavata e tagliata a fette, spesso impacchettata con forchette e cucchiai, sempre di plastica.
Il marketing martellante ha fatto il resto: la frutta “fresh-cut” è stata presentata come un’alternativa innovativa, come la soluzione geniale per tutti coloro che, dati i mille impegni quotidiani, non possono perdere tempo a sbucciare un mandarino o tagliare una pesca a cubetti. E, così, le vendite sono volate alle stelle:
- il mercato della frutta confezionata ammonta oggi a 14,5 miliardi di dollari negli Stati Uniti, cifra destinata a raggiungere i 25,3 miliardi nel 2035;
- considerando la domanda complessiva negli USA e in Europa, nei prossimi anni la frutta pre-tagliata potrebbe raggiungere il 18-20% di tutto il mercato ortofrutticolo.
I prodotti più comuni pre-tagliati sono ananas, melone, avocato e frutti esotici e i materiali più frequentemente utilizzati per la distribuzione sono il PET e il polistirolo.
L’impatto ambientale delle vaschette di plastica

Quando si acquista frutta pre-tagliata in vaschette di plastica, si tende innanzitutto a ignorare – oppure a sottovalutare – il suo elevato impatto ambientale. Si tratta infatti di packaging monouso, che non fa altro che contribuire al grande problema mondiale dell’inquinamento da plastica. In particolare:
- le vaschette vengono create quasi esclusivamente in plastica vergine: in termini di emissioni di CO2, un recente studio ha confermato un aumento dell’impronta carbonica del 98,8% della frutta tagliata in confezioni monouso rispetto all’acquisto dello stesso frutto sfuso;
- il packaging alimentare monouso rappresenta oggi il primo responsabile della produzione di rifiuti di plastica, che nella maggior parte dei casi finiscono in discariche a cielo aperto, inceneriti o sparsi nell’ambiente, perché gli impianti di riciclo sono sottostimati rispetto ai ritmi di produzione di questi scarti;
le confezioni monouso favoriscono anche lo spreco alimentare, come confermato da una recente ricerca, perché i consumatori tendono a buttare con più facilità porzioni non consumate, quando sono già porzionate e confezionate.
Il rischio microplastiche per le confezioni monouso

Uno dei pericoli maggiori del ricorso a confezioni monouso è rappresentato dal rischio microplastiche. E non solo a livello ambientale – le microplastiche rappresentano oggi una grave emergenza per il Pianeta, perché ubiquitarie e praticamente impossibili da rimuovere – ma anche per la loro migrazione nei cibi.
I frammenti di plastica che si distaccano dal PET passano al cibo, sia durante lo stoccaggio che con il trasporto. In particolare:
- la manipolazione delle confezioni, come la continua apertura e chiusura dei coperchi, aumenta sensibilmente la concentrazione di microplastiche negli alimenti, per via dell’erosione meccanica del PET;
- il trasferimento è maggiore negli alimenti ad alto contenuto di grassi, di acidi – come, appunto, la frutta – e con la conservazione sia alle alte che alle basse temperature, ad esempio in frigorifero.
Sebbene la gran parte degli studi sia ancora in corso, una volta nell’organismo le microplastiche possono agire come interferenti endocrini, aumentare l’infiammazione dei tessuti e determinare stress ossidativo delle cellule.
Le altre contaminazioni dei cibi

Infine, non bisogna dimenticare che plastica e polistirolo possono essere alla base di altre contaminazioni dei cibi, dovute alle sostanze e ai rivestimenti con cui vengono prodotte. Fra le più frequenti, si rilevano:
- ftalati, impiegati per rendere la plastica più flessibile e malleabile, che agiscono sempre come interferenti endocrini;
- BPA, ovvero il bisfenolo A, un altro interferente endocrino, fortunatamente in via di dismissione nell’Unione Europea;
- antimonio, un catalizzatore del PET, che migra soprattutto con cibi acidi e frutta umida;
- altri additivi e coloranti plastici, che possono passare i cibi a seconda del calore, l’umidità o altre condizioni ambientali.
In definitiva, per assecondare la nostra pigrizia – lavare, sbucciare e tagliare un frutto richiede davvero pochi istanti – si rischia non solo di danneggiare ulteriormente il Pianeta, ma anche la nostra salute. Meglio, allora, sempre preferire la frutta sfusa: se la si vuole portare con sé, è sufficiente riporta in un contenitore di vetro o di metallo, magari con qualche goccia di limone per prevenirne l’annerimento, dovuto all’ossidazione con l’aria.

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